Andrea Frediani e Sara Prossomariti.
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Le grandi famiglie di Roma antica. 
Storia e segreti.
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Parte 1.
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2014. Newton Compton Editori, ROMA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Se Roma ha costruito un impero durato oltre due millenni, la gran parte del merito va agli uomini che l'hanno fatta crescere e l'hanno resa solida, e quindi alle grandi famiglie e alle gentes cui essi appartenevano. I Giuli, i Claudi, gli Aureli, i Corneli, gli Emili, i Valeri, i Semproni e tanti altri hanno tenuto nelle loro mani le sorti dell'Urbe, muovendo le trame della sua storia attraverso vincoli di parentela, tradizioni comuni, rituali ancestrali, conflitti e tradimenti. A loro spettavano quasi tutte le massime cariche militari e religiose, nonch le principali decisioni in Senato. Alcune gentes sono riuscite a detenere il potere per secoli, lottando spietatamente per la propria sopravvivenza politica, altre si sono estinte presto, ma ciascuna ha una storia che merita di essere raccontata. In questo libro gli autori narrano l'esaltante, spesso mitica, ascesa delle dinastie pi importanti e longeve, ricordando le imprese dei loro esponenti pi celebri, ma anche il loro declino tra proscrizioni e guerre civili, condanne all'esilio e la costante minaccia dei parvenu. Tra aneddoti e segreti di ogni stirpe, il lettore scoprir protagonisti famosi o personaggi pi in ombra, e ne seguir le vicende che li hanno visti condottieri, statisti, consoli, imperatori, letterati e perfino santi e papi. 
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Indice di questa parte.
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Introduzione.
Gens Acilia.
Gens Antonia.
Gens Aurelia.
Gens Calpurnia.
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FINE Indice.
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Introduzione.
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Qualcuno potrebbe sorprendersi nellapprendere che limportanza attribuita alla famiglia e alla monogamia sono tratti salienti  e quasi esclusivi, nellantichit  dei romani, ben prima che il cristianesimo ne facesse la propria bandiera. Ben pi dei greci, fin dallinizio della loro epopea i capitolini hanno fondato la loro societ sul vincolo indissolubile del matrimonio finalizzato alla procreazione e su quello della stirpe. Fin dai tempi antichi un censore rivolgeva al cittadino in procinto di partecipare al censimento la seguente domanda: Hai moglie per procreare dei figli?. Il celibato era visto come impietas e il primo divorzio documentato nella storia di Roma, tramandatoci da Aulo Gellio, fu motivato dalla sterilit della donna: tale Carvilio Ruga, ci racconta il giurista, amava molto la propria compagna e considerava la condotta di lei irreprensibile; ciononostante, sacrific il suo amore perch, secondo la formula di giuramento del matrimonio, laveva presa in sposa per generare figli; e Valerio Massimo ci racconta che, a dispetto della comprensione di cui fu oggetto luomo, il suo atto fu anche biasimato.
I figli servivano a perpetuare la genia; soprattutto se si trattava di una genia appartenente a quelle che si consideravano artefici della nascita e dellascesa di Roma, i cosiddetti patres, da cui il termine patricii che avrebbe contraddistinto laristocrazia dellUrbe. I suoi membri tenevano in particolar modo a proseguire la loro stirpe: come per tutti i potenti, era soprattutto un modo per perpetuare se stessi, il loro potere e la loro influenza sulla societ. Una volta divenuto imperatore, per esempio, Ottaviano Augusto diede sempre priorit al vincolo diretto di sangue: privo di figli maschi, consider i figliastri Tiberio e Druso una seconda scelta come eredi, privilegiando i figli di sua sorella e di sua figlia; solo la morte precoce (e sospetta) di tutti i Giuli su cui aveva fatto ricadere la sua attenzione lo spinse a lasciare limpero a uno dei Claudi che gli aveva portato in dote sua moglie Livia Drusilla.
Al di l delle leggende che accompagnano i primi secoli di Roma, la fondazione, il periodo regio e la prima et repubblicana, molte delle quali hanno senza dubbio una base di realt, non  difficile immaginare come laccrescimento del potere di queste famiglie abbia progressivamente eroso le prerogative monarchiche; con lestensione dellinfluenza capitolina su una fascia di territorio pi ampia di quella originaria, il re fu costretto a delegare alcune delle proprie mansioni, che i patrizi si sono un po alla volta accaparrati, fino a sbarazzarsi del monarca per creare una Repubblica fondata sullo stretto accordo e la comunanza di interessi tra di loro, ovvero una Repubblica oligarchica e timocratica.
Daltra parte, il vanto che Augusto si era fatto di discendere da Enea, e quindi da Venere, serviva a confermare il rapporto privilegiato che queste famiglie affermavano di avere con gli di. E si trattava di una prerogativa dal valore politico inestimabile, perch metteva i patrizi in condizione di interpellare le divinit in via esclusiva e di avere il monopolio dellinterpretazione dei segni divini: una caratteristica che si invita il lettore a non sottovalutare mai nel mondo antico, dove la religione aveva una presenza infinitamente pi radicata nella societ rispetto a oggi. I sacerdozi erano a loro esclusivo appannaggio, come daltronde le cariche istituzionali che, secondo quanto si evince dai fasti consolari, gli elenchi dei magistrati romani, evidenziano sempre gli stessi nomi.
In progresso di tempo alcune famiglie plebee, emerse dalle endemiche lotte tra patriziato e plebe, sviluppano uninfluenza e un potere tali da permettere loro di ascendere ai vertici dello Stato, finch non entrano a far parte di quella ristretta lite di cui hanno finito per condividere gli scopi: alle soglie dellet imperiale, certe gentes avevano una tale vetust che  difficile distinguerle da quelle originarie che vantavano un pedigree pi antico e nobile. Peraltro, non  neppure detto che tutte le gentes di et monarchica fossero effettivamente autoctone. I cronisti antichi fanno riferimento alle tre trib originarie di cui si componeva la popolazione della prima et monarchica: i Ramnes, i Tities e i Luceres, che dovrebbero aver costituito tre distinti gruppi etnici. E se i Ramnes, il cui nome sembrerebbe aver dato origine a Roma, erano gli abitanti di stirpe latina del Palatino, i Tities di Tito Tazio, il re che al principio regn insieme a Romolo, erano sabini e risiedevano sul Quirinale, dove forse erano giunti in un secondo momento imponendo il sinecismo ai Ramnes (sebbene i Tities invocassero una precedenza sugli altri). I Luceres, forse etruschi, secondo la tradizione erano gli abitatori del Celio, e anche loro potrebbero essere subentrati in un secondo momento.
Ne deriv dunque una composizione mista della popolazione romana, segnatamente tripartita anche in seguito (tre trib, trenta centurie, un esercito con una legione di tremila uomini e tre centurie di cavalieri, tre tribuni al suo comando). Il che non esclude che altri gruppi etnici si siano sovrapposti nel tempo, dando luogo ad altre gentes di rilievo: Mommsen ricorda i Sabelli, come anche larrivo posteriore del sabino Attus Clauzus, un Appio Claudio con tutto lo stuolo di clienti che si portava dietro dai luoghi natii, dando origine alla prestigiosa gens dei Claudi: secoli dopo Tiberio Claudio Nerone avrebbe sconfitto il fratello di Annibale, Asdrubale, sul Metauro: e ancora due secoli e mezzo dopo un suo discendente, Tiberio, sarebbe stato il secondo imperatore.
Scriveva Mommsen: La stirpe, vale a dire la comunione dei discendenti dello stesso progenitore, riposa sulla famiglia; e presso i Greci come presso gli italici, lessenza dello stato  uscita dalla stirpe1. Lo storico tedesco faceva notare che tra i greci il nome della stirpe era aggiunto come aggettivo al nome proprio, per poi scomparire presto, a dimostrazione che lindividuo svilupp una sua importanza rispetto alla schiatta e allo Stato stesso; invece, in origine i romani portavano un solo nome, che poi diventa quello della gens, affiancandosi a quello proprio, che diventa il prenome, a testimonianza di quanto la stirpe contasse e costituisse la comunit dei cittadini, nerbo dello Stato.
La formula dei tria nomina, che ci permette di orientarci in quel mostruoso dedalo di ramificazioni e fusioni rappresentato dalle famiglie romane,  incentrata appunto sul gentilizio, il nomen. Esso era comune a tutti i membri della stirpe e preceduto dal praenomen, il nome proprio, nonch seguito dal cognomen, anchesso caratteristico dellindividuo ma trasmissibile anche ad altri membri della famiglia (si vedano gli Scipioni, appartenenti alla gens Cornelia). A questi nomi si aggiungeva anche un signum, ovvero un soprannome: basti pensare a Publio-Cornelio-Scipione-Africano, rispettivamente, praenomen-nomen-cognomen-signum. I suoi parenti avevano signa differenti: e se suo fratello Lucio, vincitore in Asia, era definito pertanto Asiatico, altri si videro aggiungere soprannomi riferiti alle loro caratteristiche fisiche, come Gneo Cornelio Scipione Calvo, o Publio Cornelio Scipione Nasica, o assai poco lusinghieri come Gneo Cornelio Scipione Asina, in riferimento alla sua cattura da parte dei cartaginesi nella battaglia delle Isole Lipari.
Almeno, questi soprannomi spesso curiosi ci aiutano a evitare le tante omonimie che confondono lo studioso, stante la tendenza delle famiglie di rilievo ad attribuire sempre gli stessi nomi ai propri figli: i Domizi Enobarbi, per esempio, usavano alternativamente i nomi di Lucio e Gneo per i primogeniti di ogni generazione, e a Nerone tocc in sorte il primo. Il soprannome, per, talvolta era anche un patronimico e ci aiuta a individuare unadozione, come vedremo in seguito. E ci non stupisca: ladozione era piuttosto diffusa nellantica Roma tra famiglie patrizie, per favori reciproci, carenza di eredi, amicizia, opportunit: privo di eredi maschi, Cesare adott come figlio, dandogli il proprio nome e le sostanze, il figlio della figlia di sua sorella, ovvero il suo pronipote Ottavio, che divenne cos Gaio Giulio Cesare Ottaviano (Augusto); questi, a sua volta, privo anchegli di eredi maschi, adott i nipoti e poi, obtorto collo, il figliastro Tiberio, che a sua volta fu tenuto ad adottare il figlio del proprio fratello Druso, Germanico. Ladozione divenne anche la soluzione ottimale per la successione allimpero tra Nerva e Marco Aurelio, in un periodo in cui Roma ha avuto una serie di imperatori privi di eredi, costretti pertanto ad adottare individui estranei alla famiglia e, gi che cerano, di notevole caratura, grazie ai quali limpero ha potuto godere di ottantanni di prosperit.
Per i nomi, tuttavia, non c una regola precisa per tutte le epoche: nel primo secolo dellera volgare, un individuo poteva arrivare anche ad assommare ben sette nomina, con la filiazione, la trib e la patria natale; ma gi un secolo dopo il cognomen non era pi cos diffuso; stessa sorte subiscono nei secoli successivi nomen e praenomen, finch, sul finire dellimpero, sembra prevalere luso di utilizzare solo il cognomen. Pi facile  e allo stesso tempo pi difficile, perch facilita le omonimie, tanto da far abbondare, in epoca imperiale, le definizioni di maggiore o minore tra sorelle o madri e figlie  orientarsi con le donne, definite quasi sempre solo col gentilizio volto al femminile, come Cornelia, la madre dei Gracchi.
Le omonimie, lungo un arco di tempo straordinariamente lungo, potrebbero indurre il lettore meno accorto a considerare immortale qualche personaggio: e in effetti, era proprio quello che volevano gli eponimi e i pi illustri esponenti di quelle stirpi: che i loro figli e discendenti perpetuassero le loro gesta, rendendoli immortali
Gens e familia. Chi viene prima?
Prima di analizzare le singole gentes  bene fare alcuni chiarimenti. Innanzitutto non  possibile prendere in considerazione tutte le gentes succedutesi nel corso della storia romana, non solo perch si tratta di un arco di tempo di pi di mille anni, ma anche e soprattutto perch per alcune di queste dinastie non abbiamo informazioni sufficienti. Altre, come certe dinastie imperiali quali i Flavi o i Severi, non sono propriamente romane, hanno ascendenze incerte e nebulose e hanno esaurito la loro parabola nellarco di appena una o due generazioni: troppo poco per definirle gentes in senso stretto. Unica eccezione, i Costantinidi, presentati in calce al testo, ma solo per marcare la differenza tra una gens di epoca repubblicana/altoimperiale e una del basso impero, dando cos al lettore la percezione del radicale cambiamento dei tempi. Verranno quindi prese in considerazione quelle gentes che hanno fatto grande Roma, oltre che quelle di cui si conservano una quantit di informazioni tali da permetterci di seguirne lo sviluppo e limportanza rivestita nella storia dellUrbe.
 anche dobbligo una premessa che vada a definire le caratteristiche proprie dei termini gens e familia per permettere al lettore di farsi unidea chiara delle differenze tra i due, prima di affrontare un tema cos complesso e vasto. Molti studiosi si sono occupati di questo argomento e le ipotesi vagliate sono state molteplici.
Diamo prima di tutto una definizione di queste due forme familiari: la gens  costituita da soggetti uniti dalla comune discendenza da un personaggio mitico o leggendario e i cui legami di parentela non sono definibili per gradi. I membri di una gens (gentili) sono uniti non solo dal gentilizio, che li contraddistingue e si trova al secondo posto nella nomenclatura romana, ma anche da un sepolcro e da dei sacra comuni, come vedremo pi avanti. Infine, in assenza di eredi diretti i membri di una gens possono lasciare la loro eredit a qualunque altro membro della stessa.
La familia, invece, riunisce persone con un capostipite vivo o defunto (ma storicamente identificabile) in comune. In questo caso la parentela tra i vari membri pu essere definita per gradi e ha come elemento distintivo luso di un comune cognomen.
Limportanza dellonomastica nella definizione della gens ci viene da un passo di Cicerone: Sono gentili tra loro quelli che hanno lo stesso nome2.
La familia ruotava attorno a un elemento cardine che era il pater familias, il quale godeva della vitae necisque potestas, cio del diritto di vita e di morte su tutti i membri della sua famiglia: maschi, femmine, figli, nipoti, liberi o schiavi. La condizione di sottoposti del pater familias, che accumunava sia i liberi che gli schiavi di una famiglia,  ben evidenziata nelluso del termine familia per indicare il nucleo familiare. Esso, infatti, deriva da famulus, che significa servo, e in origine veniva usato per indicare il gruppo di schiavi al servizio della famiglia. Solo successivamente il termine fu esteso al gruppo familiare per intero, compresi i liberti. Molto spesso ci si  chiesti se fosse mai esistito un pater gentis, cio qualcuno che svolgesse le funzioni del pater familias in riferimento a tutta la gens; ma si tratta di unipotesi che va scartata, poich le fonti parlano solo di princeps gentis e lo fanno in riferimento a personalit di spicco che per determinati periodi, per via della loro fama, o delle loro capacit, sono divenute i personaggi di riferimento della gens, ma senza alcun potere concreto. In alcuni casi questo titolo viene attribuito direttamente al fondatore della gens e quindi a un personaggio leggendario, come nel caso di Nautes, fondatore della gens Nautia.
Le teorie sullorigine delle gentes sono sostanzialmente due: una secondo la quale laggregazione di pi familiae avrebbe portato alla nascita di una gens; unaltra che vede invece la gens in posizione di anteriorit, per cui dallampliamento e dalla divisione di questa sarebbero nate le diverse familiae. Uno dei maggiori sostenitori della prima teoria, Pietro Bonfante, credeva che lesatta sequenza evolutiva fosse familia-gens-civitas, ma soprattutto era convinto dellequivalenza tra Stato e familia. Questa teoria fu duramente contestata nel corso del tempo e allo stato attuale  definitivamente accantonata, a favore di una diversa chiave di lettura che poggia soprattutto sulle testimonianze archeologiche.
Le sepolture dei secoli x-ix a.C. rinvenute dagli archeologi dimostrano che in quella fase dovevano esservi ben poche differenze economiche e sociali nella zona in cui sarebbe sorta Roma. Villaggi sparsi di capanne sono affiancati da necropoli costituite da sepolture tutte sostanzialmente uguali tra loro. Nellviii secolo a.C., poco prima della data di fondazione di Roma, le cose cominciano a cambiare: i villaggi sparsi vengono sostituiti da nuclei pi concentrati; labitato romano situato tra foro e Palatino si va ampliando e lo si capisce dal fatto che la necropoli dallarea al limitare del foro si va spostando nella zona dellEsquilino, proprio perch lo spazio precedentemente utilizzato viene invaso dallabitato; si pu notare un cambiamento nelle sepolture, che non sono pi tutte uguali. Ci ci permette di evidenziare anche una differenziazione di tipo economico e sociale, che avviene poco dopo la data di fondazione dellUrbe. Questi sepolcri diversi luno dallaltro sono la prima testimonianza lampante della nascita di quella che successivamente sar definita aristocrazia.
Se ne deduce pertanto che la gens nasce prima della civitas in senso stretto, traendo origine da una trib che si  frazionata. Il problema resta la sequenza cronologica tra gens e familia. Sia i fautori dellanteriorit della gens rispetto alla familia che i loro oppositori considerano lonomastica romana come una prova a proprio favore: i primi sostengono che essendo il gentilizio posto prima del cognomen, la gens doveva precedere la familia. Il cognomen, in effetti, compare nellonomastica latina a partire dallepoca delle guerre annibaliche e quindi molto dopo laffermarsi delle gentes. Coloro che invece ritengono che la familia sia pi antica della gens fanno notare come diversi gentilizi siano originati da patronimici cui fu aggiunto il suffisso -ius, come ad esempio Marcius e Manlius, e quindi posteriori allistituzione della familia. Tuttavia, si tratta solo di alcuni, sporadici casi, per cui  assai pi probabile, anche grazie ad altri dati storici e specialmente epigrafici, che la gens si sia costituita prima della familia; anche perch  molto pi logico immaginare che due familiae, come ad esempio quella dei Lentuli e degli Scipioni, che hanno gli stessi sacra e lo stesso progenitore, si siano staccate da un comune nucleo, e non che due o pi familiae, per giunta, con le stesse identiche caratteristiche, si siano unite a formare una gens. A queste considerazioni possiamo aggiungere quanto sostenuto da G. Franciosi, il quale evidenzia che la storia pi antica di Roma  storia di gentes; solo pi tardi, dallo scorcio del iv secolo in poi, essa diverr storia delle grandi famiglie. Le trib territoriali pi antiche hanno solo nomi di gentes, mai di famiglie, mentre il fenomeno arcaico della clientela nasce sempre nellabito della gens3.
Regole, vincoli e consuetudini
Per quanto riguarda lonomastica gentilizia romana, si possono individuare tre tipi di gentilizi: uno basato sul sistema numerale (vedi ad esempio i Quintili e gli Ottavi); uno sulle caratteristiche fisiche o sulle attitudini personali; e infine uno su antichi totem (vedi la gens Aquilia e la Fabia).
Un altro elemento di discussione  la consanguineit tra i membri di una stessa gens. Questa incognita nasce dal fatto che il termine gens deriva da geno, cio generare; tuttavia la comunanza di sangue tra membri della gens non pu essere intesa in senso biologico, ma solo in senso metaforico. La gens, infatti, oltre che dai gentili  costituita anche dai clienti e dai loro liberti, pertanto si pu dedurre automaticamente che non tutti i suoi membri erano parenti nel senso stretto del termine. Se a questo si aggiunge la pratica delladozione, il quadro  completo. I membri di una gens erano legati come se fossero consanguinei ma non necessariamente lo erano.
Altri elementi caratteristici della gens sono i mores gentium e i decreta gentilicia. I primi possono essere definiti come costumi comuni ai membri di una singola gens; i decreta, invece, erano norme deliberate dai membri di una stessa gens e che assumevano valore di legge per gli stessi. Prendiamo ad esempio la gens Claudia, i cui membri erano soliti (mores) effettuare i sacrifici a capo scoperto ed erano anche obbligati (decreta) a non usare il praenomen Lucio4, a causa di due suoi membri con questo praenomen che si erano macchiati di appropriazione indebita e omicidio.
La solidariet tra i membri di una stessa gens era fondamentale e si estendeva a diversi settori. Le fonti, ad esempio, ci informano che quando un membro della gens era condannato a pagare una multa e non era in condizioni economiche di sostenerla, la gens metteva insieme il denaro per lui; e lo scopo primario dellintervento era quello di salvare il buon nome del gruppo. Inoltre, nel caso in cui un membro della gens fosse stato imputato di un qualche reato, per tutta la durata del processo gli altri gentili avrebbero dovuto indossare un abito nero. Ovviamente, molte di queste consuetudini caddero in disuso nel corso del tempo, ma pare che ancora nella tarda Repubblica si desse molto peso a cose del genere.
Un altro tema da analizzare  lesogamia nellambito della gens. Tutti gli studiosi sostengono che fosse proibito sposarsi nellambito della stessa gens e che questa norma sia deducibile da vari dati, nonch dalluso comune, riscontrabile nellambito di altre societ a carattere gentilizio5. Unaltra proibizione, propria della societ romana, sarebbe quella relativa ai matrimoni contratti tra persone aventi tra loro un legame di parentela inferiore al settimo grado.
I passi cui si fa riferimento per avvalorare questa tesi sono vari, ma grande importanza viene data a un frammento dellopera di Livio, pubblicato nel 1870 da P. Kruger, e relativo a una periocha del xx libro. Ecco cosa dice il passo: Il patrizio P. Celio fu il primo, contro lantico costume, a contrarre matrimonio entro il settimo grado di parentela. La vicenda  collocabile allepoca delle guerre annibaliche, che  il contesto di cui tratta il xx libro della monumentale opera dello storico romano.
Altri due passi rilevanti di Polibio e Plutarco6 forniscono informazioni sullargomento in maniera indiretta; trattando dello ius osculi, cio il diritto da parte dei parenti di baciare sulla bocca le donne della loro famiglia, i due storici darebbero conferma di quanto asserito precedentemente da Livio. Ecco cosa ci dicono in merito. Polibio:
 impossibile per una donna bere vino di nascosto, prima di tutto perch essa non pu assolutamente disporne; inoltre essa deve baciare ogni giorno, la prima volta che li incontra, i suoi parenti e quelli del proprio marito fino ai cugini di secondo grado [definiti sobrini]. Dato che essa non sa con chi la sorte la far incontrare, fa attenzione, perch le basta aver anche solo assaggiato del vino per rendere superflua una espressa denuncia.
Plutarco:
Perch le donne baciano i parenti sulla bocca? Forse, come ritengono i pi, perch era proibito alle donne bere vino. Dunque fu introdotta nelluso la pratica del bacio affinch le donne non potessero tenere nascosto di aver bevuto, ma venissero scoperte quando capitava che incontrassero i loro familiari? [] O piuttosto questa usanza  un privilegio concesso alle donne per recare loro onore e autorit, se mostrano di avere come parenti e familiari molti e validi uomini? Oppure, non essendo consentito loro di sposare i parenti, laffetto nei loro confronti  stato portato fino a un bacio, e questo soltanto  rimasto come simbolo del comune legame di parentela?
Quello che in realt si deduce  che vi era un costume, e non una norma, che proibiva i matrimoni al di sotto del settimo grado di parentela e allinterno della stessa gens. Costume che poteva essere anche infranto, come ha dimostrato Livio e come attesta un altro dato da noi rilevato. Esistono, infatti, diverse eccezioni a queste norme matrimoniali, una riguarda nientemeno che la figlia di Scipione lAfricano. Cornelia Maggiore, come ricorda lo stesso Livio7, fu data in sposa a Publio Cornelio Scipione Nasica Corculo, console nel 162 a.C. e figlio di Publio Cornelio Scipione Nasica, cugino di primo grado dellAfricano. Laltra riguarda il tribuno Marco Antonio, il quale spos Antonia, la cugina di primo grado, figlia di Gaio Antonio Ibrida8. In questi casi viene meno non solo la norma che vieta i matrimoni tra membri della stessa gens, ma anche quella che proibiva vincoli matrimoniali tra membri di una stessa famiglia se non a partire dal settimo grado di parentela. Livio non sembra per nulla turbato dallunione dei due Corneli, cio quando ne parla non la segnala come anomala, come aveva fatto nel caso di Clelius, per cui si pu supporre o che la situazione allepoca fosse cambiata o che comunque le eccezioni alla regola fossero ammesse e non impossibili. Altre eccezioni sono state messe in evidenza dagli storici, ma riguardano per lo pi la fase leggendaria della storia di Roma e quindi vanno interpretate con estrema cautela.
Uno dei perni fondamentali della gens e della familia sono i sacra, che in questo caso vanno classificati come sacra privata. Si tratta di culti religiosi a carattere privato (cio non a favore della comunit intera, pro populo) che solitamente vengono divisi in tre tipologie: quelli pro singulis hominibus (a favore del singolo individuo), pro familiis (per la famiglia) e pro gentibus (per la gens e dunque denominabili sacra gentilicia). Come si vede, dunque, a definire il culto privato e quello pubblico non  il luogo in cui essi si svolgono, bens lo scopo. Alcuni di questi rituali privati andavano svolti in un luogo e una data precisa (sacrificia stata o anniversaria), come avveniva ad esempio nel caso della gens Fabia, che svolgeva un sacrificio annuale presso il Quirinale9. La famiglia si occupava del culto dei Lari e dei Penati, degli antenati, la gens invece si dedicava al culto del proprio nume tutelare cui per tradizione era legata, come nel caso della gens Aurelia che celebrava il culto del dio Sole, dal quale prendeva anche il nome.
La gens non poteva venerare degli antenati, per il semplice fatto che non ve ne erano di reali. Questi rituali erano fondamentali e niente, neanche una guerra, poteva giustificarne il mancato svolgimento. In generale, dei sacra gentilicia sappiamo poco e questo perch molto probabilmente con il tempo furono posti in secondo piano rispetto ai sacra publica, che divennero sempre pi importanti nella vita dellUrbe. In alcuni casi, i sacra privata furono trasformati in publica, come nel caso del culto di Ercole, in origine divinit venerata dalle gentes Potitia e Pinaria e poi entrata a far parte del pantheon pubblico.
In molti casi, le singole gentes possono essere associate anche ad un luogo comune, almeno nella prima fase di sviluppo della civitas. Ovviamente pi la gens, con il passare del tempo, diventa complessa, pi questa tendenza allaggregazione diviene impossibile. Un esempio ci viene dato da un passo di Plinio10 in cui si ricorda larrivo a Roma del medico Arcagato, che ottenne un ambulatorio presso il compito Aciliorum, cio nella zona degli Acili.
Agli elementi distintivi della gens finora analizzati, ovvero il gentilizio nei tria nomina, i culti religiosi e alcuni luoghi comuni, bisogna aggiungere un altro elemento: il sepolcro, oltre che la forma stessa della sepoltura. Ogni gens sceglieva se farsi inumare o incinerare e tutti i gentili a essa appartenenti vi si uniformavano. In alcuni casi, come per i Corneli, si pass da una forma allaltra (con Silla dallinumazione allincinerazione), ma solitamente si rimaneva legati alla stessa forma di sepoltura.
Le fonti ricordano diversi sepolcri gentilizi, come quello dei Claudi ai piedi del Campidoglio11. Sebbene la consuetudine imponesse ai membri di una stessa gens una sepoltura nella stessa zona e presso un comune sepolcro, col passare del tempo e con lampliamento progressivo di talune gentes, il numero di gentili divenne troppo elevato per essere concentrato in un unico sepolcro. Cominciarono pertanto a essere realizzati dei sepolcri familiari che andarono, pi che a sostituire, ad affiancare quelli gentilizi. Il primo sepolcro di questo genere, che risale alla fine del iv secolo a.C.,  quello degli Scipioni. Ancora ai tempi di Cicerone ecco qual era la situazione in merito: Il rispetto per le sepolture  tanto grande, che si afferma non essere lecito seppellire nello stesso luogo defunti estranei agli stessi riti e alla gens, ci stabil al tempo dei nostri antenati Aulo Torquato in una causa contro la gens Popilia12. Quando le fonti fanno riferimento a questo tipo di sepolcro gentilizio, si parla generalmente di monumentum gentiis.
Patrizi e plebei
Le gentes vengono normalmente divise in patrizie e plebee, ma in realt gentes plebee non esistono.  necessario chiarire questo aspetto per evitare ogni confusione. La gens patrizia era lunica ad avere dei sacra, uno ius gentilicium e degli auspici; le grandi famiglie plebee difettavano di tutti questi elementi, e proprio per questo non potevano essere definite gentes in senso stretto. Esistevano due procedure che permettevano di passare dal patriziato alla plebe e viceversa, e quindi di acquisire o perdere i sacra. Una  la transitio ad plebem (passaggio alla plebe), che poteva avvenire in forma volontaria o coatta (ad esempio in seguito a condanne o prigionia di guerra) da parte di singoli individui o di unintera gens; laltra  ladlectio inter patricios (linserimento nei ranghi del patriziato), che invece poteva verificarsi solo per volont degli stessi patrizi.
Ci premesso, da ora in poi useremo, anche se impropriamente, i termini gens e familia anche in riferimento alle grandi famiglie plebee di cui andremo a parlare nel dettaglio, e questo per non generare ulteriore confusione. Daltra parte, proprio a causa di questi spostamenti tra patriziato e plebe, col passare del tempo il termine gens non venne pi utilizzato per indicare le grandi famiglie patrizie originarie e detentrici dei sacra, bens i grossi e influenti nuclei familiari, patrizi o plebei che fossero.  impossibile non immaginare dei cambiamenti nel corso dei secoli, specialmente in un ambito in continua evoluzione come quello sociale; ed  quindi necessario parlare anche delle grandi famiglie plebee perch, pur non possedendo le caratteristiche per essere definite gentes in senso strettamente giuridico, hanno comunque influenzato e non poco, la storia di Roma.
Considerando quanto appena detto  chiaro che la distinzione tra maiores e minores gentes di cui parlano le fonti  relativa solo ed esclusivamente ai patrizi. Le maiores gentes sarebbero quelle discendenti dai senatori nominati da Romolo, detti appunto patres maiorum gentium, un centinaio circa, stando a quanto dice Livio. Le minores gentes sarebbero quelle discendenti da un secondo gruppo di senatori eletti da Tarquinio Prisco: Nomina cento nuovi senatori, noti di l in poi come minorum gentium13. Invece Tacito, negli Annali14, collega le minores gentes a Lucio Bruto facendole quindi risalire alla fondazione della Repubblica. Comunque stiano le cose, appare evidente che i termini maiores e minores vanno intesi in senso cronologico, pi vecchie e pi giovani, e non come maggiori e minori.

Ladozione
Per far parte di una determinata gens bisognava essere discendenti diretti di uno dei suoi membri di sesso maschile o ricorrere alladozione. In realt, con il termine adoptio si fa riferimento a due istituti molto diversi tra loro eppure altrettanto simili: ladrogatio e ladoptio in senso stretto. Lo scopo comune era quello di creare un rapporto di discendenza puramente fittizio che risolvesse il problema dellassenza di un erede. Ma anche se lo scopo dei due istituti era il medesimo, diverse ne erano le condizioni, le conseguenze e le forme con cui si compivano15.
Ladrogatio, che era pi antica delladoptio, tanto da essere anteriore alle xii tavole, avveniva tra due persone sui iuris e patres familias, aventi quindi capacit giuridica propria. Ci significa che, in pratica, se un pater familias decideva di porsi sotto legida giuridica di un altro pater familias, si portava dietro tutti coloro che erano sottoposti alla sua potestas, i quali entravano quindi a far parte del nuovo nucleo familiare. Ladrogatio avveniva in presenza dei comitia curiata (in seguito sostituiti da trenta littori che rappresentavano le trenta curie) ed erano presieduti dal pontefice massimo: perci questo tipo di adozione fu anche definito adoptio auctoritate populi. Dato che i comizi curiati si riunivano solo a Roma, questa pratica si poteva svolgere solo nellUrbe. Prima di presentarsi dinanzi al popolo, coloro che richiedevano ladrogatio venivano sottoposti a uninchiesta, condotta dal collegio dei pontefici. Fondamentalmente si voleva stabilire la buona fede sia delladrogatus (ladottato) che delladrogator (adottante), soprattutto se ladottato era in una condizione economica decisamente migliore rispetto alladottante. Il termine adrogatio, secondo il giurista Gaio16, deriverebbe dalla procedura con la quale il pontefice eseguiva ladozione; riuniti i comizi curiati, infatti il pontefice interrogava prima i due interessati, e poi il popolo, cui chiedeva se fosse favorevole o meno alladozione. Queste tre interrogazioni erano dette rogationes, e da qui deriverebbe il nome dellistituto.
Col passare del tempo fu possibile eseguire ladrogatio anche nelle province, attraverso il rescriptum principis. In questo caso era il governatore a svolgere le mansioni proprie del collegio dei pontefici e limperatore a decidere. A un certo punto ladrogatio per rescriptum principis divenne lunica forma di adrogatio esistente, sostituendo a Roma la adoptio per populum. La Fayer sostiene che questo cambiamento avvenne nel iv secolo d.C. in seguito alla scomparsa del collegio dei pontefici. Una conseguenza delladrogatio era la sacrorum detestatio, cio labbandono dei propri sacra gentilicia. Una volta entrati in un nuovo nucleo familiare, infatti, bisognava dedicarsi ai culti di questultimo e non pi a quelli della vecchia gens.
Ladoptio in senso stretto consisteva invece nelladozione di un filius familias, cio una persona sottoposta a patria potestas altrui, da parte del pater familias di unaltra gens.
La prima fase del processo di adozione era lemancipazione del filius familias, che avveniva attraverso una triplice vendita cos come codificato nelle leggi delle xii tavole. Secondo queste antiche leggi, infatti, un figlio che veniva venduto dal padre per tre volte poteva considerarsi libero. Sciolto il legame con la gens di origine il filius familias veniva sottoposto a un processo detto in iure cessio, in presenza del pretore, se la pratica si svolgeva a Roma, o del governatore, se essa avveniva in provincia. Con tale processo il nuovo pater familias prendeva sotto la propria potestas ladottato, il quale rientrava a pieno titolo nella nuova gens. Ladottante, tuttavia, non necessariamente era tenuto ad adottare il nuovo membro in qualit di figlio: poteva anche farlo entrare nella sua gens con il titolo di nipote. In questo caso vi erano due diverse formule tra cui scegliere: nipote ex incerto filio natus, ovvero quando ladottato non veniva dichiarato figlio di uno dei discendenti delladottante; oppure nipote ex certo filio natus, quando ladottante assegnava ladottato a uno dei propri figli. Nel secondo caso, alla morte delladottante ladottato non poteva ereditare, in quanto passava sotto la potestas del padre assegnatogli.
Nel caso in cui ladottato avesse gi dei figli, questi restavano sotto la potestas del vecchio pater familias e quindi (diversamente dalladrogatio) restavano nella gens originaria, poich ladottato non aveva alcun potere su di loro.
Il legame con la famiglia dorigine non si dissolveva completamente. Il padre biologico manteneva un vincolo morale con il figlio dato in adozione e in alcuni casi poteva anche vantare dei diritti, come dimostra un passo di Valerio Massimo: Eccellente fu pure il provvedimento preso dal pretore urbano Calpurnio Pisone (69 a.C.): quando Terenzio gli present una denunzia per essere stato diseredato da uno degli otto figli  che aveva cresciuti fino alladolescenza  dati in adozione, gli attribu il possesso dei beni del figlio e non permise che gli eredi intervenissero legalmente. A indirizzare in tal senso Pisone furono certamente la patria maest, laver dato vita ed educazione al figlio ma egli fu anche influenzato dal numero dei figli che lo attorniavano, perch vedeva empiamente diseredati, insieme col padre, sette fratelli17.
In molti casi  possibile riconoscere i personaggi adottati dal loro nome. Alcuni assumevano il nome delladottante conservando per tra i cognomina quello della gens originaria con il suffisso -anus. Prendiamo il caso di Scipione Emiliano: era figlio di Lucio Emilio Paolo Macedonico ma fu adottato da Publio Cornelio Scipione (figlio di Scipione lAfricano); da quel momento il suo nome divenne Publius Cornelius Scipio Aemilianus. In epoca sillana si prese anche labitudine di conservare il cognomen originario, come nel caso di Quinto Cecilio Metello Pio Scipione Nasica, che era figlio di Publio Cornelio Scipione Nasica e che fu adottato da Quinto Cecilio Metello Pio. Col passare del tempo si vennero accumulando diversi cognomina e i nomi divennero pertanto sempre pi complessi, soprattutto in epoca tardoantica.
Esiste anche una terza forma di adozione, che citiamo solo marginalmente in quanto non strettamente attinente al tema della gens. Si tratta delladozione per testamento, che permetteva laccesso delladottato nella famiglia delladottante in quanto erede, ma non ne mutava la gens di appartenenza a meno che a questa adozione non seguisse un formale inserimento nella nuova gens.
Il declino
Molte delle gentes citate in questo volume possono vantare una longevit straordinaria ma, nel complesso, arrivano con affanno o non arrivano affatto al basso impero, vittime di un declino progressivo e inarrestabile e dovuto a diversi fattori: lingresso in politica degli homines novi, la scomparsa di diverse gentes per cause violente (ad esempio le proscrizioni e le guerre civili che portarono allestinzione e al restringimento di molte famiglie aristocratiche potenti) e linizio dellimpero, che sottrasse potere alle grandi dinastie repubblicane. In realt la prima crepa venutasi a formare nel sistema gentilizio risale alla fase iniziale della nascita della Repubblica, quando cominciarono a imporsi i plebei sulla scena politica dellUrbe; contestualmente, le gentes si ramificarono al punto di dare vita alle familiae, che poi raggiunsero una fama tale da superare quella della stessa gens di appartenenza, come avvenne nel caso degli Scipioni.
In epoca imperiale, quando era limperatore il baricentro della politica romana, le gentes dovettero accontentarsi delle cariche religiose, alle quali si aggrapparono per mantenere un po di prestigio scomparendo quasi del tutto dallambito istituzionale. In questa fase, le grandi famiglie non tentavano pi di accumulare cariche, come avveniva invece in epoca repubblicana, e questo perch si cercava di non attirare eccessivamente lattenzione dellimperatore. Le famiglie troppo prestigiose potevano accentrare un potere eccessivo nelle loro mani e quindi costituire una minaccia per il potere imperiale. Proprio per questo furono varate delle leggi che, anche se non direttamente, limitavano questo rischio.
In sintesi, le gentes in senso stretto, quelle caratterizzate da determinate caratteristiche comuni, sono proprie del periodo che va da prima della fondazione di Roma fino ai primi secoli della Repubblica. Successivamente, con la loro suddivisione in grosse familiae, lappartenenza a una determinata gens divenne pi uno status che una condizione concreta. I sacra, i sepolcri e lo ius della gens diventano i sacra, i sepolcri e lo ius della familia, che quindi prende il sopravvento. Ma anche questa, giunta al massimo della sua estensione e della sua contaminazione per mezzo delle adozioni, finir per scomparire lentamente, per cedere il posto alla storia dei singoli individui.

1 T. Mommsen, Storia di Roma antica, Sansoni, Roma, 1960, p. 34.
2 Cicerone, Topica, vi, 29.
3 Cfr. G. Franciosi, La famiglia romana. Societ e diritto, Giappichelli, Torino, 2003, p. 27.
4 Svetonio, Tiberius, i, 2.
5 Per approfondire questo tema complesso si veda G. Franciosi, Clan gentilizio e strutture monogamiche, Jovene, Napoli, 1995, pp. 67 sgg.
6 Polibio, Storie, vi, 11a, 4; Plutarco, Quaestiones romanae, vi.
7 Livio, Ab Urbe condita libri, xxxviii, 57, 2.
8 Tra gli altri casi, il matrimonio tra Quinto Cecilio Metello Celere e Clodia, sua cugina di primo grado.
91 Livio, Ab Urbe condita libri, v, 46, 2.
10 Plinio il Vecchio, Naturalis historia, xxix, 12.
11 Svetonio, Tiberius, 1.
12 Cicerone, De legibus, ii, 22, 55.
13 Livio, Ab Urbe condita libri, i, 35, 6.
14 Tacito, Annales, xi, 25.
15 Cfr. C. Fayer, La famiglia romana. Aspetti giuridici e antiquari, LErma di Bretschneider, Roma, 2005, vol. iii, p. 292.
16 Gaio, Institutiones, i, 99.
17 Valerio Massimo, Facta et dicta memorabilia, vii, 7, 5.

Gens Acilia

Prosopografia
ii secolo a.C.
11. manio acilio glabrione console nel 191 a.C. Padre del n. 2;
12. manio acilio glabrione console suffetto nel 154 a.C. Figlio del n. 1;
13. manio acilio balbo console nel 150 a.C.;
14. manio acilio balbo console nel 114 a.C.
i secolo a.C.
15. manio acilio glabrione console nel 67 a.C.;
16. marco acilio glabrione console suffetto nel 33 a.C.
i secolo d.C.
17. manio acilio aviola console nel 54 d.C. Nonno del n. 11;
18. lucio acilio strabone console suffetto nel 71 d.C.;
19. manio acilio glabrione console nel 91 d.C. Padre del n. 12.
ii secolo d.C.
10. lucio acilio rufo console suffetto nel 107 d.C.;
11. manio acilio aviola console nel 122 d.C. Probabilmente nipote del n. 7;
12. manio acilio glabrione console nel 124 d.C. Figlio del n. 9 e padre del n. 13;
13. manio acilio glabrione gneo cornelio severo console nel 152 d.C. Figlio del n. 12, nipote del n. 9 e padre del n. 14;
14. manio acilio glabrione console per la seconda volta (non conosciamo la data del primo consolato) nel 186 d.C. Figlio del n. 13 e padre del n. 15.
iii secolo d.C.
15. manio acilio faustino console nel 210 d.C. Figlio del n. 14 e nipote del n. 13;
16. marco (o manio) acilio aviola console nel 239 d.C.;
17. marco acilio glabrione console nel 256 d.C. Probabilmente nipote del n. 14.
iv secolo d.C.
18. acilio severo console nel 323 d.C.
v secolo d.C.
19. anicio acilio glabrione fausto console nel 438 d.C.;
20. anicio acilio aginazio fausto albo console unico nel 483 d.C.
Discendenti di Venere?
La gens Acilia ha origini plebee e fa la sua comparsa sulla scena politica romana allepoca della guerra annibalica. Il praenomen pi utilizzato  Manio, mentre possiamo individuare almeno tre diverse familiae: i Glabrioni, gli Aviola e i Balbi. Il cognomen Glabrione deriva dal latino glaber che significa glabro e caratterizza la familia pi nota di questa gens che pu vantare pochi consoli, venti in tutto, per la maggior parte concentrati nel periodo imperiale romano. Al 219 a.C. risale uno dei primi avvenimenti che abbiano avuto per protagonisti gli Acili. In quellanno giunse a Roma Arcagato, il primo medico greco, che si istall nellUrbe18 introducendo un nuovo tipo di medicina. Arcagato ottenne non solo la cittadinanza romana ma anche un ambulatorio realizzato a spese pubbliche, ubicato in quella che potrebbe essere definita la contrada (compito) degli Acili.
In realt, lo straniero si guadagn una sinistra nomea e fu molto contestato, a causa delle sue tecniche che gli valsero il soprannome di carnifex: troppe amputazioni, troppi tagli troppo sangue. Ad attaccarlo erano soprattutto i conservatori, contrari alla commistione della cultura romana con quella greca; gente come Catone il Censore costrinse infine Arcagato a lasciare lUrbe. Eppure esistono voci fuori dal coro che esaltano il suo operato, come ad esempio il medico Celso19 che nel suo De medicina (v, 19, 27) ricorda che ancora dopo due secoli i medici romani erano soliti usare per le ferite il cosiddetto cerotto di Arcagato: un composto di solfuro di antimonio, rame bruciato, cerussa, trementina e litargirio. Pare addirittura che il medico dei Menecmi di Plauto sia da identificarsi proprio con Arcagato, peraltro contemporaneo del commediografo, che presenta il suo personaggio proprio secondo lo stereotipo del medico greco.
Che tra Arcagato e gli Acili ci fosse un qualche legame non  testimoniato solo dalla collocazione del suo ambulatorio in una zona in cui dovevano vivere talmente tanti membri della gens da aver trasmesso il loro nome alla contrada, ma anche dallesistenza di un denario, risalente al 54 a.C. e realizzato da un membro della gens Acilia, Manio Acilio, con le immagini delle dee Salus e Valetudo, che rinvierebbero allattivit medica di Arcagato. Lo studioso G. Pinto20 collega in maniera ancor pi consistente la gens Acilia alla medicina sostenendo che il gentilizio Acilio potrebbe derivare da un termine greco (in dialetto ionico) che significa medicare; dunque avrebbero assunto il gentilizio Acilio per la loro attivit legata alla salute pubblica, nella zona in cui ovviamente fu collocato anche lambulatorio del medico greco.
Oltre alla contrada in questione ve ne  sicuramente unaltra che si pu associare agli Acili, in particolare ai Glabrioni, che si trova nei pressi del Pincio, dove dal ii secolo d.C. erano sorti gli horti Aciliorum21. Collocati allestremit del Pincio (Regio vii  via Lata), erano chiusi da muri di contenimento in opera reticolata di cui ancor oggi restano tracce nel cosiddetto Muro Torto. Nulla di imponente come gli Horti sallustiani o di Mecenate, beninteso: si trattava di un piccolo giardino con tanto di piscina ed esedra, situato nei pressi di altri giardini ben pi famosi, come ad esempio quelli di Lucullo e dello stesso Sallustio. La creazione dei giardini coincide cronologicamente con lascesa di un particolare nucleo familiare di Glabrioni, che per ben sei generazioni si assicur il consolato. La gens mantenne la propriet di questi giardini almeno fino al iv secolo d.C.
Agli Acili si possono associare altri due edifici particolarmente noti, e si tratta in entrambi i casi di edifici funerari. Il primo si trova a Roma ed  lipogeo che insieme ad altri costitu il nucleo originario delle catacombe di Santa Priscilla. Lipogeo  databile al iii secolo d.C., ma al suo interno sono state rinvenute anche epigrafi relative a sepolture risalenti al ii d.C., probabilmente spostate l solo in un secondo momento. La Priscilla da cui prendono il nome le catacombe  la donna che don il terreno per la realizzazione del cimitero cristiano e pare fosse parente degli Acili. A costoro viene infatti attribuita la propriet del terreno soprastante le catacombe, dove doveva trovarsi una villa con tanto di sotterranei adibiti a deposito, che poi furono trasformati nel suddetto ipogeo. Nella famiglia degli Acili, peraltro, sono esistite diverse Priscille, come ad esempio Arria Plaria Vera Priscilla che spos Manio Acilio Glabrione Gneo Cornelio Severo, console nel 152 d.C.22. La nostra Priscilla, a detta di alcuni, sarebbe la moglie di Manio Acilio Glabrione, console nel 91 d.C., messo a morte da Domiziano nel 95 d.C. insieme a Flavio Clemente. Tuttavia si tratta di unipotesi abbastanza improbabile, dato che lutilizzo dellipogeo da parte dei cristiani, al pari della realizzazione delle catacombe,  di epoca decisamente posteriore.
Laltro edificio funerario  il mausoleo dei Glabrioni presso Alife, in provincia di Caserta. Il monumento si trova appena fuori Porta Napoli e ha forma cilindrica; al suo interno sono state rinvenute ben otto nicchie e una cupola che riprenderebbe in proporzione quella del Pantheon. Nel xiii secolo fu trasformato in cappella dedicata a San Giovanni Gerosolimitano e nel 1924 intitolata ai Caduti. Solo nel 1938 fu effettuato il restauro che riport ledificio allo stato originario. Lattribuzione del mausoleo alla gens degli Acili non si basa su prove certe, bens sul fatto che una sepoltura del genere poteva appartenere solo a una famiglia di alto rango e una delle poche note ad Alife di quel livello era proprio quella degli Acili Glabrioni.
Uno dei personaggi pi importanti della citt fu Manio Acilio Glabrione, console per la seconda volta nel 186 d.C. (non conosciamo la data del suo primo consolato), che ricopr qui il ruolo di duoviro quinquennale. Secondo Erodiano il nostro console aveva anche rischiato di diventare imperatore di Roma: quando Pertinace fu scelto come successore di Commodo, il vecchio senatore si disse indegno di tale carica e propose proprio Glabrione al suo posto: A un certo punto prese per mano Glabrione e lo condusse presso il trono, invitandolo a sedersi. Era questi il pi nobile fra tutti i senatori, infatti faceva risalire la sua stirpe a Enea, figlio di Venere e Anchise, ed era stato console due volte. Egli rispose: io, che tu stimi il pi degno di tutti, lascio a te limpero e, daccordo con gli altri senatori, ti affido ogni potere23. Considerando quanto accadde a Pertinace poco dopo, non si pu dar torto a Glabrione se pass la mano in quelloccasione. Di sicuro, oltre a lui anche la nipote, Acilia Maniola, e la pronipote, Acilia Gavinia Frestana, soggiornarono ad Alife per diverso tempo, tanto che lordine dei decurioni dedic loro delle statue.
La gens Acilia sopravvisse fino al v secolo d.C., risultando tra le pi longeve dellantica Roma. Assistette pertanto alla divisione in due partes dellimpero e al crollo di quella occidentale, sebbene non risulta che qualcuno dei suoi membri abbia rivestito un ruolo di primo piano in quei drammatici frangenti. I suoi esponenti dovettero semplicemente limitarsi a fare numero in un Senato sempre pi esautorato nelle sue funzioni dai padri padroni dellimpero, i generali che facevano nominare, gestivano o eliminavano imperatori-fantocci. Daltra parte il loro nome si perde nelloblio, e non abbiamo modo di sapere se qualche loro discendente abbia ricoperto una carica nellItalia gotica o nella prima Roma papale. Cos come siamo privi di qualunque informazione che ci permetta di appurare quanto di vero ci sia nella presunta discendenza da Enea e Venere, di cui parla Erodiano e che accomunerebbe gli Acili ai Giuli.
Laltro eroe delle Termopili
Il primo Acilio di cui veniamo a conoscenza tramite le fonti  Manio Acilio Glabrione, console nel 191 a.C. Costui fece un ingresso trionfale nella storia di Roma svolgendo molto rapidamente e con successo il suo cursus honorum. Nel 201 a.C. fu tribuno della plebe, nel 197 edile, nel 196 divenne pretore peregrino e dovette sedare una rivolta di schiavi in Etruria, che culmin con la classica crocifissione ammonitrice lungo le strade della regione. Ma lacme del suo successo giunse quando divenne console al fianco di Publio Cornelio Scipione Nasica. Il sorteggio lo premi, infatti, assegnandogli la Grecia, allepoca dilaniata tra chi intendeva mantenere la fedelt a Roma e chi, invece, tendeva ad assecondare le mire espansionistiche di Antioco iii di Siria. Giunto nella penisola ellenica, Glabrione avanz verso lesercito del re seleucide, che contava molti contingenti greci, e in un mese sottrasse al sovrano quanto questi aveva guadagnato durante tutto linverno, per poi raggiungerlo presso il famigerato passo delle Termopili.
Antioco aveva fortificato la zona con un doppio vallo ma, cauto per natura, gli venne un timore: Che il romano [Glabrione] per avventura non trovasse, attraverso i gioghi soprastanti, qualche sentiero dove passare; infatti, si narrava che anche i Lacedemoni erano gi stati egualmente circondati dai Persiani e recentemente Filippo dai Romani. Manda pertanto un messo a Eraclea a dire agli etoli che in questa guerra gli prestino almeno lopera di occupare e tenere le cime delle montagne, onde non trovi il romano la strada per passare24.
Del console ci  stata tramandata larringa con cui incoraggi i suoi uomini prima dello scontro, come peraltro usavano fare tutti i comandanti romani in vista di una battaglia. Dalle sue parole traspare lesaltazione che dovette assalirlo quando si rese conto di avere la possibilit di chiudere una volta per tutte e in un colpo solo il conflitto con il re siriano, senza rischiare di doverlo andare a stanare nel suo regno o di lasciare il merito della vittoria al proprio successore. Il suo discorso si concluse in un modo iperbolico: E apriremo alla potenza di Roma lAsia e la Siria e tutti i ricchissimi regni che si estendono fin dove sorge il sole. E allora cosa mancher perch da Cadice al Mar Rosso i nostri confini siano marcati dallOceano che abbraccia tutta la terra? Perch tutto il genere umano veneri, dopo gli di, il nome di Roma?25.
Le sue parole avevano un che di profetico ma, sfortunatamente per lui, non fu un Acilio il protagonista della conquista dello sterminato regno seleucide. Glabrione, infatti, riusc a chiudere in una morsa il nemico ma la sua vittoria non fu decisiva. Il grosso dellesercito romano attacc gli uomini di Antioco frontalmente e due distaccamenti, guidati rispettivamente da Marco Porcio Catone e Lucio Valerio Flacco, li presero alle spalle dopo aver attraversato i monti e messo in rotta la retroguardia degli etoli, principali alleati del sovrano. Il re fece in tempo ad allestire uno sbarramento con i suoi elefanti, che con la loro mole ostruirono i gi stretti passaggi del celebre sito, e pot cos svincolarsi senza essere inseguito; anche perch Glabrione non pot impedire ai suoi uomini di indugiare nel saccheggio del ricco campo nemico.
La vittoria definitiva su Antioco sarebbe spettata lanno successivo a Lucio Cornelio Scipione Asiatico, ma a Glabrione spett comunque il trionfo per il successo riportato. Nel 190 a.C., peraltro, il nostro uomo pens bene di sfruttare la notoriet acquisita con la sua campagna candidandosi alla censura per lanno successivo insieme a Marco Porcio Catone, Lucio Valerio Flacco, Tito Quinzio Flaminino, Publio Cornelio Scipione (figlio di Gneo) e Marco Claudio Marcello. A quanto pare Glabrione aveva i favori del pronostico, ma restava pur sempre un homo novus e quindi era visto con diffidenza dagli aristocratici, i quali: Soffrendo di malanimo che si preferisse loro non altri che un uomo nuovo, Publio Sempronio Gracco e Gaio Sempronio Rutilio, tribuni della plebe, lo accusarono che gran parte dei tesori regi e della preda fatta nel campo di Antioco, n lavesse egli portata nel suo trionfo n deposta nellerario26.
In sostanza, Glabrione fu accusato di peculato, esattamente come sarebbe accaduto non molto dopo a Lucio Cornelio Scipione Asiatico; daltra parte, il comune amore per la cultura greca ci permette di legare gli Acili agli Scipioni, e possiamo essere certi che nel periodo in cui i secondi ebbero in mano il timone della politica romana, anche i primi poterono raggiungere una certa influenza. Tra coloro che testimoniarono contro di lui vi fu Catone, considerato alquanto inattendibile come teste perch anchegli era candidato alla censura e quindi interessato a mettere fuori causa lavversario. Questultimo decise di ritirare la propria candidatura ma, per la serie muoia Sansone con tutti i filistei, trascin Catone con s nello scandalo e alla fine furono eletti censori Flaminino e Marcello.
Il consolato di Glabrione non pass certo inosservato, dunque, anche perch lo si ricorda per una legge che porta il suo nome: la lex Acilia de intercalando, che regolamentava il periodo intercalare che i pontefici aggiungevano per correggere lanticipo del calendario romano rispetto a quello astronomico.
Non sappiamo quando il volenteroso magistrato venne a morte, ma dovette trattarsi di un decesso prematuro. In occasione dei festeggiamenti per la vittoria alle Termopili, infatti, Glabrione aveva fatto voto di costruire un tempio alla Piet, ma la sorte non dovette concedergliene il tempo, perch il suo proposito fu adempiuto solo successivamente dal figlio, Manio Acilio Glabrione, console suffetto nel 154 a.C. Costui fece realizzare ledificio di culto presso il Foro Olitorio, e vi aggiunse anche una statua dorata con le sembianze di suo padre, a detta di Livio, la prima statua dorata mai realizzata in Italia. Anche Valerio Massimo conferma la notizia: Di statue doro non se ne vide alcuna n a Roma n in altre parti dItalia, prima di quella equestre, innalzata da Marco [in realt  Manio] Acilio Glabrione in onore di suo padre nel tempietto della Piet27.
Un legislatore in famiglia
Dopo il vincitore delle Termopili, un personaggio di cui vale la pena parlare  Gaio Acilio, senatore menzionato per la prima volta in relazione agli eventi del 155 a.C. In quellanno giunsero a Roma tre filosofi ateniesi: Carneande dellAccademia, Diogene lo Stoico e Critolao il Peripatetico; costoro costituivano una delegazione inviata dalla ormai non pi gloriosa citt greca per chiedere al Senato romano di annullare la multa di nove talenti imposta alla loro citt in seguito al sacco di Oropo: Quando furono ammessi al Senato essi usarono Gaio Acilio, uno dei senatori, quale interprete28.
Daltra parte sappiamo da Cicerone che lottima conoscenza della lingua e lamore per la cultura greca spinsero Acilio a scrivere una storia di Roma in greco29. Il periodo trattato andava dalle origini della citt, sulle quali lautore si sofferm notevolmente, fino allanno 184 a.C. Questopera fu poi tradotta in latino, come ricorda Livio: Claudio, che dal greco tradusse in latino gli annali Aciliani30. Il Claudio qui menzionato  stato identificato da alcuni studiosi con Gaio Claudio Quadrigato, un annalista vissuto nel i secolo a.C., ma non ci sono prove certe che confermino questa teoria.
Trattandosi di una gens plebea, nella familia dei Glabrioni non poteva mancare un tribuno della plebe degno di nota. Le fonti ricordano, infatti, un Manio Acilio Glabrione che fu addirittura tribuno della plebe insieme al celeberrimo Gaio Sempronio Gracco. Nel 122 a.C. i due fecero approvare una legge che prese il nome di lex Acilia repetundarum e regolamentava appunto il crimen repetundarum, vale a dire la malversazione. Molti governatori di provincia abusavano del loro potere durante il mandato e capitava spesso che i cittadini delle province venissero a reclamare a Roma. Il crimine era talmente diffuso che nel 149 a.C. la prima quaestio perpetua istituita nellUrbe riguardava proprio questo reato (lex Calpurnia repetundarum). Il problema erano soprattutto le giurie che avevano emesso il giudizio fino a quel momento: i loro componenti erano tutti senatori, al pari dei governatori provinciali, e pertanto difficilmente si giungeva alla condanna di un inquisito, senatore proprio come i giudici. Per questo motivo nel corso degli anni si tent di modificare la composizione della giuria inserendo anche i membri della classe equestre.
Lunico a menzionare questa lex Acilia  Cicerone, e lo fa proprio a proposito di un processo per malversazione, quello pi famoso dellintera storia di Roma, contro Gaio Licinio Verre. In una prima circostanza loratore si rivolge a Manio Acilio Glabrione, figlio del tribuno della plebe che eman la legge e gli dice: Cerca di ricordarti della legge Acilia promulgata da tuo padre, quella legge con cui il popolo romano ebbe processi esemplari e giudici molto severi per i reati di malversazione31. Il secondo passo, rivolto allinquisito, ci dice qualcosa in pi sulle modalit della norma: Io ti rimetto in piedi quella legge Acilia, legge con la quale molti, una volta accusati, dette una sola volta le loro ragioni, e una sola volta ascoltati i testimoni, furono condannati per misfatti di gran lunga non cos chiari, n cos odiosi, come quelli dei quali tu sei incolpato32.
Il contenuto della legge ci  per noto grazie a uniscrizione in bronzo, caratterizzata da nove frammenti pi due trascritti e poi andati perduti. La cosiddetta Tabula Bembina, donata dai duchi di Urbino al cardinale Pietro Bembo,  conservata in parte a Napoli e in parte a Vienna e riporterebbe appunto, secondo la gran parte degli studiosi, la legge emanata da Glabrione, anche se alcuni non concordano33 con questa identificazione.
Le giurie per il reato di malversazione erano gi state modificate da una legge del 123 a.C. varata da Gracco (lex Sempronia iudiciaria), che prevedeva la sostituzione dei senatori con i cavalieri, ma la lex Acilia inaspr ulteriormente il processo. A essa, infatti, si deve il passaggio del processo per malversazione da un livello civile a uno penale. Dal 122 a.C. in poi, infatti, chiunque avesse commesso il crimen repetundarum e fosse stato giudicato colpevole, fu costretto a pagare il doppio della cifra estorta. Non ci si limitava pi quindi al semplice rimborso del danno, ma vi si aggiungeva una pena. Inoltre, il processo veniva da allora in poi assegnato a un apposito pretore, detto praetor de repetundis. Questo magistrato veniva eletto ogni anno e a dieci giorni dallentrata in carica doveva scegliere quattrocentocinquanta cavalieri che avrebbero costituito un gruppo dal quale attingere i giudici per ogni processo (iudices lecti). Nel dettaglio, per ogni azione legale il pretore traeva cento giudici dal suddetto gruppo e tra questi cento laccusato ne sceglieva cinquanta. Unaltra modifica apportata dalla lex Acilia consisteva nel dare al danneggiato la possibilit di difendersi da solo, senza obbligarlo pi a scegliersi un patrono romano ex ordine senatorio, che in molti casi pi che aiutare danneggiava laccusatore. Qualora questultimo avesse riportato una vittoria aveva diritto a un premio: la cittadinanza, entrando a far parte della trib di appartenenza dellaccusato, o lo ius provocationis. Laccusatore aveva anche il diritto di scegliere il foro di competenza e poteva presentare un massimo di quarantotto testimoni; una volta sentiti questi ultimi e analizzate le prove presentate, si procedeva al giudizio. I giudici dovevano segnare su una tavoletta, che poi veniva messa in unurna, la lettera A per lassoluzione (absolvo) o la lettera C per la condanna (condemno). Nel caso in cui i giudici si fossero dichiarati incerti (per almeno un terzo), il processo andava ripetuto. Si tratta dunque di un importante cambiamento di cui il nostro Glabrione, insieme a Gracco e i suoi, fu lartefice.
Perseguitati dalla sfortuna
Il figlio del tribuno della plebe di cui abbiamo parlato in precedenza, e che neanche a dirlo si chiamava anchegli Manio Acilio Glabrione fu, per capriccio della sorte, pretore nel 70 a.C., ovvero quando si svolse il processo contro Verre, di cui fu quindi il presidente del tribunale. Come abbiamo visto, infatti, Cicerone si rivolge a lui nelle Verrine, esortandolo a ricordare la legge paterna. Fu poi console nel 67 a.C. e in quelloccasione, insieme al suo collega Gaio Calpurnio Pisone, var una legge, la lex Acilia Calpurnia de ambitu, che puniva i brogli elettorali. A partire da quellanno, chiunque fosse stato accusato e condannato per questo genere di reato sarebbe stato tenuto a pagare una multa e automaticamente cacciato dal Senato nonch interdetto dai pubblici uffici. Il che non fu tuttavia sufficiente a debellare il crimen de ambitu, come non lo erano state le leggi precedenti. La legge del volenteroso Acilio rimase quindi una disposizione interlocutoria, seguita nelle epoche successive da altre pi stringenti e altrettanto inutili.
Come console, tuttavia, a Glabrione tocc anche una guerra di prestigio, quella contro Mitridate vi re del Ponto, che presupponeva il governo della Bitinia e del Ponto in precedenza rivestito da Lucio Licinio Lucullo. Ma bisogna ammettere che fu davvero sfortunato, e non ebbe mai la possibilit di mostrare le proprie doti. Lucullo infatti, una volta a Roma, fu accusato di aver protratto il conflitto solo per prolungare il proprio comando e quando i suoi soldati lo vennero a sapere si rifiutarono di militare per il nuovo console. Mitridate si rese conto che Roma era in difficolt e approfitt del momento propizio per recuperare molti dei territori persi. A quel punto il comando delle operazioni pass a Pompeo, cui fu affidato un comando speciale, e Glabrione dovette tornarsene a Roma. Da quel momento di lui si sa ben poco: da Cicerone34 veniamo informati che era presente alla famosa riunione in Senato in cui si decise cosa fare degli alleati di Catilina catturati a Roma. In quelloccasione Cesare aveva proposto di sottoporre i cinque uomini a regolare processo, ma la spunt Catone, favorevole alla condanna a morte senza giudizio dei congiurati. Cicerone precisa che Glabrione vot in favore di Catone, e quindi per la condanna a morte.
Ritroviamo Glabrione pontefice nel 57 a.C. Sappiamo anche che aveva contratto un ottimo matrimonio, prendendo in moglie Emilia, la figlia di uno degli uomini pi influenti del i secolo a.C., Marco Emilio Mamerco, e di sua moglie Cecilia Metella Dalmatica. Da questa donna il nostro Acilio ebbe un figlio che, immancabilmente, chiam Manio Acilio Glabrione.
Facciamo un salto temporale di pi di un secolo per trovarci di fronte allennesimo Manio Acilio Glabrione. Costui fu console nel 91 d.C. con il futuro imperatore Traiano e proprio in quellanno gli fu preannunciata la sua imminente dipartita: Si dice che sia ad Ulpio Traiano che ad Acilio Glabrione, a quel tempo consoli, si manifestarono gli stessi segni premonitori: da essi per Glabrione fu preannunciata distruzione e per Traiano lassunzione al potere imperiale35. E in effetti, di l a quattro anni, Glabrione fu condannato a morte da Domiziano.
Lundicesimo imperatore romano fu accusato di aver messo in atto una vera e propria persecuzione ai danni dei cristiani, nel 95 d.C. In realt morirono ben poche persone e quasi tutte con laccusa di ateismo36. Tra queste vi fu appunto il nostro Glabrione. Svetonio ci dice anche che quando fu condannato a morte e ucciso per ordine di Domiziano, il nostro Acilio si trovava gi in esilio, ma soprattutto ci rivela che la condanna giunse per un motivo ben diverso da quello religioso: Mand a morte parecchi senatori e fra loro alcuni consolari tra cui Civica Ceriale, in Asia, durante lesercizio stesso del suo proconsolato, e Salvidieno Orfito e Acilio Glabrione mentre erano in esilio accusandoli di voler preparare una rivoluzione e gli altri per ragioni del tutto insignificanti37. In merito a questo decesso Cassio Dione riporta delle informazioni poco credibili ma che vale la pena ricordare: [Domiziano] Fece inoltre mandare a morte Glabrione, il quale era stato collega di Traiano al consolato, imputandogli, tra le altre accuse, le stesse che ricevettero molti [ateismo] e anche perch aveva combattuto come gladiatore contro delle belve feroci. A causa di ci probabilmente, [Domiziano] spinto da invidia, nutriva un grandissimo risentimento contro di lui, poich, avendolo invitato, quando era console, presso la villa di Alba a partecipare ai cosiddetti Juvenalia, lo aveva costretto a uccidere un grande leone, ed egli non solo se lera cavata senza un graffio, ma lo aveva sorpreso per la straordinaria abilit38.
Abbiamo qualche stralcio di informazioni anche del padre di questo sfortunato personaggio. Fu console sotto Claudio o Nerone, aveva almeno ottantanni allepoca di Domiziano e di lui abbiamo una citazione nella satira iv (94-96) di Giovenale. Questultimo dato  quello che ci interessa di pi ed ecco come il poeta satirico ci presenta questo Acilio: Ottuagenario come lui39, sgambettava Acilio con un giovane, che non meritava lagguato di una morte cos crudele e immatura per spada del tiranno.
Gli studiosi hanno pensato a due possibili candidati per lidentificazione dellAcilio in questione: il primo  Manio Acilio Aviola, console nel 54 d.C., divenuto poi governatore dellAsia nel periodo tra il 66 e il 67 d.C. e infine curator aquarum tra il 74 e il 97 d.C. Laltra ipotesi  un anonimo Acilio, molto probabilmente della famiglia dei Glabrioni, di cui per i fasti non fanno alcuna menzione.
Lunica certezza nel passo di Giovenale  nellidentificazione del giovane che accompagna Acilio, ovvero Manio Acilio Glabrione console del 91 d.C., che come abbiamo visto trov una morte cos crudele e immatura per mano del tiranno. Una volta stabilito ci  alquanto improbabile che lAcilio della satira sia un membro della familia Aviola, che avrebbe dato poi al figlio il cognomen Glabrione.  pi probabile che, molto semplicemente, lottuagenario descritto da Giovenale fosse un Acilio Glabrione, a noi altrimenti ignoto, padre del console del 91 d.C.

18 Plinio il Vecchio, Naturalis historia, xxix, 12.
19 Vedi la Gens Cornelia.
20 G. Pinto, Storia della medicina in Roma al tempo dei re e della Repubblica, Artero, Roma, 1879, p. 186.
21 Corpus inscriptionum Latinarum, vi, 623.
22 Ivi, xi, 6333.
23 Erodiano, Storia dellimpero romano dopo Marco Aurelio, ii, 3.
24 Livio, Ab Urbe condita libri, xxxvi, 16.
25 Ivi, xxxvi, 18.
26 Ivi, xxxvii, 57.
27 Valerio Massimo, Facta et dicta memorabilia, ii, 5, 1.
28 Aulo Gellio, Noctes atticae, vi, 14, 9 e Plutarco, Catone il Vecchio, 22.
29 Cicerone, De officiis, iii, 113.
30 Livio, Ab Urbe condita libri, xxv, 39, 12.
31 Cicerone, In Verrem, i, 51.
32 Ivi, i, 26.
33 Cfr. B. Santalucia, Studi di diritto penale romano, LErma di Bretschneider, Roma, 1994, p. 188, nota 128.
34 Cicerone, Ad Atticum, xii, 21, 1.
35 Cassio Dione, Storia romana, lxvii, 12.
36 Si tratta di unaccusa molto particolare associata sia ai cristiani che ai giudei di cui per non si sa molto.  bene ricordare per che allepoca limperatore era ormai quasi un dio, o comunque poteva vantare dei culti in suo onore come anche in onore dei suoi predecessori defunti e quindi laccusa di ateismo potrebbe riferirsi a una scarsa partecipazione e rispetto del culto imperiale, che poteva essere imputata un po a tutti e non solo ai cristiani.
37 Svetonio, Domitianus, x, 2.
38 Cassio Dione, Storia romana, lxvii, 14, 3.
39 Questo lui  riferito a un personaggio precedentemente trattato nella satira.

Gens Antonia

Prosopografia
v secolo a.C.
11. tito antonio merenda decemvir legibus scribundis consulari imperio nel 451 a.C. e nel 450 a.C.;
12. quinto antonio merenda tribuno consolare nel 422 a.C.
iv secolo a.C.
13. marco antonio magister equitum nel 334 a.C.
i secolo a.C.
14. marco antonio oratore console nel 99 a.C.;
15. gaio antonio ibrida console nel 63 a.C. Nipote del n. 4;
16. marco antonio (il triumviro) console nel 44 e nel 34 a.C.; magister equitum nel 48 a.C. Nipote del n. 4 e fratello del n. 7;
17. lucio antonio console nel 41 a.C. Nipote del n. 4 e fratello del n. 6;
18. iullo antonio console nel 10 a.C. Figlio del n. 6 e di Fulvia.
ii secolo d.C.
19. lucio antonio albo console suffetto nel 102 d.C.;
10. gneo antonio fusco console suffetto nel 109 d.C.;
11. marco antonio rufino console nel 131 d.C.;
12. marco antonio ibero console nel 133 d.C.;
13. marco antonio zeno console suffetto nel 148 d.C.;
14. marco antonio palla console suffetto nel 167 d.C.
iii secolo d.C.
15. marco antonio gordiano pio (imperatore Gordiano iii), console nel 239 e nel 241 d.C.
iv secolo d.C.
16. antonio cecina sabino console nel 316 d.C.;
17. antonio marcellino console nel 341 d.C.
Figli di Ercole
La gens Antonia  una gens patrizia, contraddistinta per anche da un ramo plebeo. I patrizi portavano il cognomen Merenda e si distinsero per un breve periodo subito dopo la fondazione della Repubblica, per poi sparire dai fasti consolari. Plebei sono invece gli Antoni protagonisti nella fase finale della Repubblica, tutti caratterizzati dallassenza del cognomen, fatta eccezione per Quinto Antonio Balbo, propretore in Sardegna allepoca di Silla.
Gli Antoni si vantavano di discendere da Ercole e, come ricorda Plutarco40, doveva trattarsi di una tradizione abbastanza antica. Uno dei figli di Ercole si chiamava Anton e proprio da lui sarebbero nati i primi membri della gens omonima, che vanta esponenti di spicco dal 450 a.C. fino al 244 d.C., anno di morte dellimperatore Gordiano iii. Se pur senza continuit, questa gens  riuscita a comparire e scomparire dalla scena politica senza mai estinguersi completamente, partecipando dunque alla nascita della Repubblica per poi arrivare a dare ben tre imperatori allUrbe. Non indifferente fu anche il suo apporto in ambito culturale: tra gli Antoni, infatti, ci sono stati diversi liberti che furono delle eccellenze nel loro campo, come ad esempio i retori Marco Antonio Gnifo, che fu anche tutore di Gaio Giulio Cesare, e Antonio Attico, vissuto allepoca di Seneca.
Altrettanto famoso  il medico Antonio Musa che si occup di personaggi come limperatore Augusto e il suo erede Marco Claudio Marcello. Si tratta di un liberto, molto probabilmente di Marco Antonio, e le fonti lo ricordano in quanto cur Augusto nel 23 a.C., anno durante il quale la malattia del princeps si aggrav a tal punto da fargli decidere, temendo la propria morte, di lasciare le redini dellimpero nelle mani di Agrippa. Nel dettaglio, ecco cosa accadde allimperatore: [Augusto] fu ridotto in condizioni disperate dal mal di fegato e dovette subire due sistemi di cure dubbi e contrastanti. Infatti, poich i fomenti caldi non erano serviti a niente, Antonio Musa lo obblig a curarsi con quelli freddi41. Musa riusc talmente bene nel suo lavoro che il princeps volle premiarlo: Al medico Antonio Musa, che lo aveva guarito da una grave malattia, fu eretta, attraverso una sottoscrizione, una statua vicino a quella di Esculapio42.
Cassio Dione ci dice che in realt i privilegi ricevuti da Musa furono molti di pi: E proprio nel momento in cui [Augusto] non era pi in grado di occuparsi dei problemi pi urgenti, un certo Antonio Musa lo salv con una terapia a base di bagni freddi e di bevande fredde; per questo servigio costui fu lautamente ricompensato sia da Augusto che dal Senato e ottenne il privilegio, dato che era un liberto, di portare degli anelli doro e di essere esentato dal pagamento delle tasse43. Gli ottimi risultati ottenuti con Augusto non impedirono a Musa di perdere un paziente altrettanto prestigioso, vale a dire Marcello, lerede del princeps. Quando questi cominci a stare male si ritir a Baia dove gli fu inviato Musa, divenuto nel frattempo il medico pi famoso e bravo dellepoca; questi us con lui lo stesso sistema descritto in precedenza, quello dei bagni freddi, ma questa volta non funzion, e Marcello mor.
Altri esponenti con un pedigree culturale di tutto rispetto sono Antonio Rufo, un grammatico vissuto nel i secolo d.C., e Antonio Castore, famoso botanico ricordato da Plinio44, che pare fosse un vecchietto alquanto arzillo, capace di coltivare e analizzare le piante anche dopo aver gi superato il centesimo anno di et. E non possiamo non menzionare altri due personaggi legati allambito orientale: il sofista Marco Antonio Polemone, vissuto nel i secolo d.C., e lo scrittore Antonio Diogene, vissuto nel ii secolo d.C., autore di unopera letteraria in ventiquattro libri dal titolo Le incredibili meraviglie al di l di Tule.
Un oratore coi fiocchi
Il primo Antonio che incontriamo nei fasti, come gi accennato  Tito Antonio Merenda. Questi fu scelto da Appio Claudio quale decemviro nel 450 a.C., durante il secondo decemvirato, cio quello che port a conclusione il compito di realizzare le celeberrime leggi delle xii tavole. Sappiamo che nel 449 a.C., insieme ai suoi colleghi decemviri  fatta eccezione per Appio Claudio e Spurio Oppido Cornicene morti suicidi in carcere , il nostro Antonio fu esiliato e sub lesproprio di tutte le sue propriet. Questo a causa degli eccessi di cui lui e gli altri, in particolar modo Appio Claudio, si sarebbero macchiati durante il loro mandato.
Per la familia Merenda abbiamo solo un altro nome riportato dai fasti: si tratta di Quinto Antonio Merenda che fu tribuno consolare nel 422 a.C. Poi, a parte il magister equitum del 334 a.C., Marco Antonio, le liste consolari non menzionano pi i membri di questa gens per circa tre secoli; per ritrovare un Antonio, infatti, dobbiamo aspettare il 99 a.C., anno del consolato di Marco Antonio Oratore.
Marco Antonio Oratore appartiene alla familia plebea degli Antoni che, come abbiamo detto, manca di cognomen. Il termine oratore  un signum, cio un soprannome, e non il cognomen. Antonio nacque nel 143 a.C. e diede inizio alla sua carriera politica in modo alquanto movimentato; era appena stato eletto questore quando fu costretto a rientrare nellUrbe per unaccusa di incesto con una vestale, per la quale si rischiava addirittura la pena di morte. In questa occasione diede per la prima volta prova di quelle grandiose abilit retoriche che ne fecero probabilmente il miglior oratore del suo tempo. Ecco quanto riportato da Valerio Massimo: Al contrario il celebre Marco Antonio, campione di eloquenza, dimostr in sostanza di essere innocente non rigettando, ma assumendosi la propria difesa. Partendo alla volta dellAsia, con la carica di questore era gi arrivato a Brindisi, quando fu informato con un messaggio di essere stato accusato di incesto presso il pretore Lucio Crasso, il cui tribunale era detto, per leccessiva severit del suo presidente, lo scoglio degli accusati; ebbene, mentre gli sarebbe stato lecito evitare di presentarsi col beneficio della legge Memmia, che vietava al pretore di accogliere laccusa contro chi fosse assente per ragioni di stato, volle tuttavia tornare a Roma. E con questa decisione cos fiduciosa nella propria innocenza, ottenne non solo di essere rapidamente assolto, ma anche di partire pi onorevolmente45.
Al di l dalla sua abilit oratoria, Antonio doveva essere un uomo notevole, se si considera laffetto dimostratogli da uno dei suoi schiavi. Pare, infatti, che al processo per incesto molti avessero chiesto di interrogare un suo schiavo sottoponendolo a tortura, spinti dalla convinzione che il servo avesse accompagnato il padrone la notte dellincontro con la vestale e gli avesse tenuto il lume. Quando Antonio si mostr titubante, non volendo che il suo uomo subisse la tortura a causa sua, fu lo schiavo stesso a volersi sottoporsi al doloroso interrogatorio, per dimostrare linnocenza del suo padrone46.
Sistemata la faccenda, Antonio riusc finalmente a partire e a ricoprire la questura. Il suo cursus prosegu nel 102 a.C. con la pretura, che lo port a ottenere un trionfo. Da pretore, infatti, fu mandato in Cilicia a combattere i pirati47, sui quali nel 100 a.C. riusc a riportare una significativa vittoria. Successivamente per, i pirati si presero la loro rivincita: da Plutarco48 sappiamo che catturarono la figlia dellOratore, Antonia, estorcendo alla sua famiglia un ingente riscatto prima di restituirla.
Antonio raggiunse il consolato nel 99 a.C. e la censura nel 97 a.C. Della sua abilit oratoria abbiamo informazioni indirette, ovvero le lodi di suoi colleghi come Cicerone e Quintiliano, ma nessuna delle sue orazioni  sopravvissuta a confermare il suo talento. Allepoca della guerra civile tra Mario e Silla si schier con questultimo e fu tra quanti pagarono con la vita la sua scelta. Mario, infatti, agognava la sua testa pi di tante altre e cos, entrato a Roma alla fine dell87 a.C., mand le sue guardie del corpo a caccia del grande oratore. In un primo momento, tuttavia, non fu possibile rintracciarlo, perch si era rifugiato presso un amico, un plebeo. Questi per un giorno rivel a un oste il nome del suo ospite, mettendolo nei guai. Loste, infatti, and da Mario per vendersi la notizia e il generale, esultante di gioia, decise di mandare alcuni dei suoi uomini, al comando di Publio Annio, a compiere lesecuzione. Ma ecco cosa accadde quando i sicari di Mario ebbero la possibilit di ascoltare il grande oratore: I soldati che i crudelissimi capi avevano mandato a decapitare Marco Antonio, come affascinati dalle sue parole, riposero incruente nei foderi le spade gi impugnate e balenanti49. Sfortunatamente, Annio era rimasto gi ad attendere i suoi, e vedendoli tardare li raggiunse. Non avendo ascoltato le parole di Antonio non si fece ammansire e lo decapit.
La testa di Antonio fu portata a Mario nel corso di un banchetto che, come dice Valerio Massimo50, fu assai allietato da questa macabra consegna. Antonio aveva tre figli: unAntonia, che abbiamo visto rapita dai pirati, e due maschi, Marco Antonio Cretico e Gaio Antonio Ibrida. Questi ultimi non furono assolutamente degni della fama del padre, distinguendosi il primo per lincompetenza e il secondo per la crudelt.
Marco Antonio Cretico era figlio di Antonio Oratore e di Giulia, figlia di Lucio Giulio Cesare, console nel 90 a.C., ed era nato nel 115 a.C. Ecco come ce lo descrive Plutarco:
Uomo non certo famoso n brillante in politica, ma di buoni sentimenti e perbene, soprattutto liberale nel donare, come un solo episodio basterebbe a far capire. Egli non era ricco e perci la moglie gli impediva di concedersi troppe liberalit: un giorno gli venne in casa un amico a chiedergli del denaro ed egli, che non ne aveva, ordin a uno schiavo di portargli dellacqua in una coppa dargento; avutala si inumid la barba come se stesse per radersi. Poi mand via il ragazzo con un pretesto e diede la coppa allamico, invitandolo a farne luso che volesse51.
In realt, a quanto pare Plutarco aveva ragione solo a definire Cretico incompetente in politica, perch la definizione di brava persona, possiamo sostenerlo con certezza, non gli si addiceva. Il nostro riusc a raggiungere soltanto la pretura nel 75 a.C. e poi, con il sostegno dei consoli in carica, nel 74 a.C. ottenne un mandato speciale per dare la caccia ai pirati nel Mediterraneo. La gente, probabilmente, si aspettava gli splendidi risultati ottenuti dal padre, ma le cose andarono in tuttaltro modo. Cretico si macchi di estorsione ai danni delle province sulle quali esercitava il mandato speciale e ne fece tante da essere citato durante il processo di Verre come esempio negativo:
Vuoi forse citarmi lestimo fatto da Marco Antonio? Cos , lui dice: poich mi pare che egli ci abbia accennato e mostrato con un cenno del capo. Dunque di tanti pretori, consoli e generali del popolo romano hai scelto di imitare Marco Antonio e una sua scelleratissima opera? A me  difficile il dire e ai giudici il credere che Marco Antonio in quella sua licenziosa amministrazione si  comportato in modo tale che a costui sar di maggior danno il dire di aver voluto imitare Antonio in unopera scelleratissima, che si possa difendere dicendo di non aver giammai in tutta la sua vita commessa alcuna operazione simile a Marco Antonio? Davanti ai giudici, si cita normalmente a propria giustificazione non ci che un altro genericamente ha fatto, ma ci che ha fatto di buono. Antonio, mentre che egli andava operando e progettando molte cose contro la salute dei confederati e contro il volere delle province, nel mezzo delle sue angherie e cupidigie fu sorpreso e tolto di mezzo dalla morte. Tu, Ortensio, come se il Senato e il popolo romano e i giudici avessero approvato tutti i suoi misfatti, difendi laudacia di Verre con lesempio di Antonio!52.
Durante la guerra ai pirati Cretico, oltre a fare sfoggio della sua crudelt, fu responsabile anche della distruzione di unintera flotta di navi: la sua. Attacc il nemico presso lisola di Creta, dove le imbarcazioni corsare erano solite gettare lancora; ma le sue navi e quelle degli alleati che lo sostenevano furono quasi tutte distrutte e il comandante, per salvare il salvabile, dovette scendere a patti con i pirati. Va da s che il signum Cretico gli fu attribuito per deriderlo, non certo per ricordare una grande vittoria come quelle di altri celebri condottieri, a cominciare da Scipione Africano. Per non ebbe il tempo di fare altri danni. Mor mentre era ancora a Creta, nel 71 a.C., e sua moglie Giulia spos Publio Cornelio Lentulo Sura53 che fece da padre ai suoi tre figli: Marco Antonio il triumviro, Gaio Antonio e Lucio Antonio.
Il fratello di Marco Antonio Cretico, Gaio Antonio Ibrida, fu anche peggio di lui in termini di crudelt. Sappiamo da Plinio54 che si era guadagnato il soprannome di Ibrida perch considerato un semiselvaggio, una via di mezzo tra lessere umano e lanimale. Le imprese che gli valsero questo soprannome si verificarono agli esordi della sua carriera, quando serv Silla in Grecia. Non si sa di preciso cosa avesse fatto, ma le fonti parlano di generiche torture ai danni della popolazione, per le quali avrebbe poi subito un processo, intentatogli nel 76 a.C. dallallora ventiquattrenne Cesare. Non conosciamo il risultato del dibattimento, ma dobbiamo presumere che sia stato interrotto, perch le fonti ci dicono che Ibrida aveva protestato per delle presunte irregolarit. Resta il fatto che il bieco personaggio continu a partecipare tranquillamente alla vita politica dellUrbe, pertanto si pu dedurre che il tutto si concluse in una bolla di sapone. Nel processo, peraltro, si fece cenno solo alle crudelt commesse da Ibrida in Grecia, ma questi, al ritorno in patria, ne aveva combinate di ogni sorta anche durante le proscrizioni sillane quando, insieme a Crasso e Catilina, aveva fatto parte degli squadroni che rastrellavano la citt in cerca dei proscritti.
Le sue malefatte proseguirono anche negli anni seguenti. Nel 71 a.C. fu proclamato tribuno della plebe ma lanno successivo i censori Lucio Gellio Poplicola e Gneo Cornelio Lentulo Clodiano lo cacciarono dal Senato. Successivamente dovette riuscire a riprendere il titolo di senatore perch nel 66 a.C. lo troviamo insignito del titolo di pretore, e nel 63 a.C. addirittura del consolato. Il suo collega era nientemeno che Cicerone, il quale aveva stipulato un accordo con lui per concentrare i voti di entrambe le fazioni, popolari e ottimati, sui loro due nomi, tagliando cos fuori dai giochi Catilina. Un tempo Ibrida e Catilina erano stati amici e appartenevano alla stessa corrente politica, ma dopo un voltafaccia del genere, il primo entr a far parte del novero dei nemici del futuro cospiratore. Tra gli obiettivi della celebre congiura, infatti, cera anche lomicidio dei consoli in carica: Cicerone e Ibrida si salvarono grazie a delle spie che li informarono in anticipo, permettendo loro di sconfiggere Catilina.
In cambio della sua collaborazione, Ibrida ottenne da Cicerone il proconsolato in Macedonia, dove si comport esattamente come aveva fatto anni addietro in Grecia; ed esattamente come tanti anni prima fu citato in giudizio per le sue azioni, ma in questo caso a intentare la causa fu Marco Celio Rufo. Stavolta neanche il suo avvocato, lo stesso Cicerone, pot fare niente per lui e cos il nostro dovette andarsene in esilio presso lisola di Cefalonia, dove rimase fino al 44 a.C. quando torn nellUrbe per volont di Cesare. Riusc addirittura a ricoprire la carica di censore nel 42 a.C., ma dopo questa data non sappiamo pi niente di lui.
Luomo del triumvirato
Maggiori soddisfazioni a Marco Antonio Oratore vennero dal nipote, Marco Antonio il triumviro, che raggiunse i vertici del potere. Come fa notare G.E. Huzard55, la vita di Antonio fu scandita dai matrimoni, ben cinque, contratti con donne diversissime tra loro, da una liberta alla regina dEgitto. Proprio seguendo questa scia matrimoniale  possibile analizzare le varie fasi della movimentata esistenza del triumviro.
Antonio nacque nell82 a.C. da Marco Antonio Cretico e da una Giulia. Perse il padre a soli dieci anni e si ritrov come padrino il secondo marito della madre, Publio Cornelio Lentulo Sura. Antonio si affezion molto a questuomo e quando Cicerone, allepoca della congiura di Catilina, ne decret la morte, si assicur un nemico per la vita; pare, infatti, che lodio di Antonio nei confronti delloratore fosse nato proprio in seguito a quegli eventi, sebbene successivamente anche altre circostanze abbiano contribuito ad alimentarlo. Del primo matrimonio di Antonio parla solo Cicerone, il quale ci informa dellunione tra il futuro triumviro e una liberta di nome Fadia: Secondo me tu hai fatto menzione di questa causa per guadagnare prestigio agli occhi della pi bassa delle classi sociali, richiamando alla mente di tutti che tu sei stato genero e i tuoi figli nipoti di uno schiavo liberato, Quinto Fadio56. Da Fadia quindi Antonio ebbe anche dei figli, tutti morti prima del 44 a.C. a quanto pare. La ragazza era figlia di Quinto Fadio Gallo, ex schiavo, e Antonio avrebbe potuto benissimo tenerla con s in veste di concubina, secondo il vezzo di molti esponenti dellaristocrazia, ma lui volle sposarla con tutti i crismi. La scelta potrebbe essere legata sia al gusto per la provocazione, sempre manifestato da Antonio, sia a un sincero affetto nutrito per la ragazza.
Intorno ai diciotto anni, nel 65 a.C. circa, Antonio avrebbe maturato unaltra relazione amorosa, molto meno spontanea, con Gaio Scribonio Curione. Costui, suo caro amico, lo avrebbe spinto a contrarre un debito di circa sei milioni di sesterzi per poi proporsi come garante per il saldo dello stesso. In cambio di questo favore, secondo le fonti, Antonio sarebbe stato costretto a prostituirsi con lui. Ma non  improbabile che si trattasse di una delle tante diffamazioni che, soprattutto grazie a Cicerone, infangarono il nostro giocando sui suoi vizi e appetiti sessuali.
Lodio nei confronti di Cicerone, lirrequietezza giovanile e lamicizia con Curione, lo spinsero per qualche tempo nelle file dei seguaci di Publio Clodio Pulcro57. Tuttavia il legame con il sovversivo tribuno della plebe non dur molto, forse anche per la passione che Antonio cominci a nutrire nei confronti della moglie di lui, Fulvia. Secondo alcuni, allepoca Antonio e Fulvia intrecciarono una vera e propria relazione adulterina, ma non vi  alcuna certezza al riguardo, a parte il fatto che a un certo punto i due amici ruppero.
Dalle descrizioni riportate e dalle immagini che restano di lui, deduciamo che Antonio doveva essere un belluomo, molto prestante fisicamente, tanto da alimentare la leggenda secondo la quale gli Antoni erano discendenti di Eracle: Aveva unaria nobile e una bella barba, unampia fronte e un naso aquilino che gli davano un aspetto gagliardo simile a quello di Ercole58. Inoltre, era dotato di notevoli capacit militari, che dimostr gi nella sua prima campagna, quando and in Siria al seguito del proconsole Aulo Gabinio, con lincarico di comandante della cavalleria.
 a questa fase che viene fatto risalire il divorzio da Fadia e un secondo matrimonio con una sua cugina di primo grado, Antonia, figlia di Gaio Antonio Ibrida. Probabilmente, Antonio si era reso conto che una moglie liberta costituiva un vincolo per la sua carriera, il che lo spinse a sposare una matrona di alto lignaggio. Ma non possiamo non notare che, allinizio come alla fine della sua parabola, questuomo tanto controverso si fece guidare dai sentimenti.
Dopo aver combattuto al fianco di Aulo Gabinio, Antonio si rec in Gallia da Cesare nel 54 a.C., e lanno successivo ottenne la carica di questore proprio grazie a una raccomandazione del proconsole. Mentre era con Cesare si trov anche a partecipare alla celebre battaglia di Alesia durante la quale fu sconfitto Vercingetorige59. Le sue doti militari gli valsero la stima di Cesare, che fece di lui uno dei suoi pi importanti collaboratori, tanto da mandarlo a Roma e imperniare su di lui la sua strategia per conseguire il nuovo consolato.
Grazie alle pressioni del suo mentore, infatti, nel 50 a.C. Antonio fu eletto tribuno della plebe per lanno successivo e prima ancora era stato scelto come augure; due ruoli molto importanti nei quali egli si adoper in favore di Cesare. Il suo vecchio amico Curione, che il futuro dittatore aveva guadagnato alla propria causa estinguendone i debiti, lo precedette nella carica presentando ripetutamente al Senato quelle proposte che portarono alla guerra civile con Pompeo. I padri coscritti, infatti, chiedevano a gran voce che Cesare rientrasse a Roma come privato cittadino, se intendeva candidarsi alla carica di console. In questo modo, avrebbe perso limmunit da magistrato e il comando del suo esercito, e avrebbero potuto processarlo. Cesare cerc di tutelarsi tramite Curione e Antonio, e dopo un estenuante tira e molla, il secondo propose al Senato di togliere il comando sia a Cesare che a Pompeo. Inizialmente la mozione fu approvata, ma poi la falsa notizia dellimminente arrivo di Cesare spinse i padri coscritti a dichiararlo nemico pubblico e a cacciare sia Antonio che Curione dalla citt.
Antonio giunse lacero e contuso allaccampamento di Cesare, e proprio in questo stato il futuro dittatore lo volle presentare ai suoi soldati per incitarli contro i pompeiani. Per i servizi resi Antonio divenne propretore in Italia nel 49 a.C. e poi magister equitum nel 48 a.C. quando Cesare fu proclamato dittatore60. In pratica fu il padrone di Roma e dellItalia quando Cesare and oltremare per dare la caccia a Pompeo e ai suoi. Ma fu proprio allora che inizi il suo declino, quando si attir lodio di gran parte della popolazione per i suoi vizi e per il suo comportamento scorretto. Non amministrava la giustizia e passava il tempo a bere e a intrecciare relazioni adulterine, oltre che a distribuire denaro non suo ai soldati, che erano i soli ad apprezzarlo.
Al 47 a.C. risale il ripudio della sua seconda moglie, Antonia, con laccusa di tradimento. La storia si intreccia con quella di un suo amico, Publio Cornelio Dolabella, genero di Cicerone e filocesariano:
Allora tribuno della plebe, Dolabella, giovane smanioso di cambiamenti, propose la remissione dei debiti e persuase Antonio, suo amico e sempre desideroso di piacere al popolo, ad appoggiare la proposta di comune accordo. Mentre Asinio e Trebellio lo esortavano a fare il contrario, Antonio concep il terribile sospetto che Dolabella avesse una relazione con sua moglie. E presa male la faccenda, scacci di casa la moglie, che era sua cugina, infatti era figlia di Gaio Antonio, collega di Cicerone al consolato, e, accolto il partito di Asinio, si mise a combattere Dolabella, che aveva occupato il foro per far approvare con la forza la sua legge. Allora Antonio, sostenuto da un decreto del senato che riconosceva la necessit di usare le armi contro Dolabella, lo affront in battaglia e uccise alcuni partigiani di quello, pur perdendo alcuni dei propri. Con questo modo dagire suscit lodio delle masse61.
E non solo delle masse. Con i suoi eccessi, Antonio si attir anche il disprezzo di Cesare che, deluso dal suo comportamento, una volta tornato a Roma lo tenne in disparte e non gli affid pi alcun incarico. Nel frattempo il nostro contrasse il suo terzo matrimonio, con Fulvia, ex moglie di Clodio e Curione, donna molto bella e dissoluta, carismatica e ricca, con la quale, come abbiamo detto, aveva probabilmente avuto in passato una relazione. Fulvia fu, dopo Cleopatra, la donna che pi riusc a influenzarlo, condizionando pesantemente le sue scelte nel periodo del triumvirato.
Cesare non era tipo da serbare rancore  non ne serbava neppure ai suoi nemici, e questo gli sarebbe costato la vita  e col tempo, i rapporti tra i due si normalizzarono. Tuttavia Antonio, in un modo o nellaltro, continu a creare problemi al dittatore, come durante i festeggiamenti dei Lupercali del 44 a.C., quando tent, non si sa se di sua iniziativa o su incarico dello stesso Cesare, di consegnargli il diadema regale davanti a tutta la citt. Per il popolo di Roma non cera minaccia peggiore di quella di volersi ergere a re, e Cesare si guard bene dallaccettare il dono: Marco Antonio, uomo pi di ogni altro disposto a osare tutto, suo [di Cesare] collega nel consolato, aveva suscitato contro di lui grande odio ponendogli sulla testa, mentre durante i Lupercali sedeva davanti ai rostri, la corona regale che Cesare aveva allontanato da s62.
La fedelt di Antonio a Cesare  macchiata da un sospetto, che le fonti insinuano insistentemente: il nostro sapeva della congiura contro il dittatore e non avrebbe fatto nulla per fermare gli assassini. Il giorno della morte di Cesare, Antonio avrebbe dovuto essere ucciso ma fu risparmiato, secondo i pi per volont di Bruto che disse di non volere altro che il sangue del tiranno63. Il suo caso sarebbe stato attentamente vagliato dai congiurati prima di agire e, secondo Plutarco:
Mentre gli altri volevano ammetterlo alla congiura, Trebonio si oppose. Disse, infatti, che allepoca in cui erano andati incontro a Cesare che tornava dalla Spagna64, Antonio era alloggiato sotto la sua stessa tenda e viaggiava con lui; allora gli aveva accennato al progetto con calma e con cautela e lui aveva capito, ma non aveva accolto la proposta; tuttavia non aveva rivelato nulla a Cesare, ma aveva conservato fedelmente il segreto65.
Alla fine, come sappiamo, si decise di non uccidere Antonio ma di trattenerlo fuori dalla Curia al momento dellazione. Subito dopo lomicidio, temendo rappresaglie lex magister equitum si diede alla fuga. Se solo Bruto avesse permesso luccisione di Antonio e la distruzione del testamento di Cesare, tutto quello che accadde in seguito probabilmente non si sarebbe verificato. Antonio, infatti, si mise in contatto con i congiurati e si prodig per far loro concedere unamnistia. Probabilmente, invece, stava solo tentando di prendere tempo per mettere in atto il suo piano e cos pochi giorni dopo si present in pubblico per fare lelogio funebre di Cesare e, anzich discolpare i congiurati, li mise in cattiva luce. Una volta aizzato il popolo, prosegu il suo discorso mostrando le vesti insanguinate del dittatore e rendendo pubblici i suoi lasciti.
In base al risultato ottenuto possiamo concludere che un po delle capacit oratorie del nonno erano giunte fino a lui. I congiurati furono costretti alla fuga e Antonio torn a essere luomo pi potente di Roma, sebbene fosse rimasto molto deluso che il dittatore non lo avesse nominato suo erede. Paradossalmente, tuttavia, sarebbe stato meglio anche per lui bruciare il testamento di Cesare: se gli era stato utile per togliere di mezzo degli avversari politici, in compenso se ne era procurato un altro che si sarebbe trasformato nella sua nemesi. Si trattava del giovane Ottaviano, il figlio di una nipote del dittatore, Azia, indicato da Cesare come suo erede pressoch universale proprio in quel testamento.
Antonio sottovalut Ottaviano e ci gli cost caro fin dallinizio. Se lo ritrov contro mentre assediava il cesaricida Decimo Giunio Bruto Albino, arroccatosi a Modena: La guerra fu condotta con grande decisione da Cesare (Ottaviano) ventenne tutto intorno a Modena e Decimo Bruto fu liberato dallassedio. Antonio fu costretto a lasciare lItalia con una fuga vergognosa e senza seguito66.
Per entrambi, tuttavia, i veri nemici erano gli assassini di Cesare, che intanto divenivano sempre pi potenti in Oriente. Ci li spinse infine a mettersi daccordo, nel 43 a.C., includendo nella loro intesa anche Marco Emilio Lepido:
I tre, convenuti su unisoletta in mezzo a un fiume, tennero seduta per tre giorni. Su tutto si accordarono facilmente e si divisero fra loro lintero dominio, come uneredit di famiglia, ma ci fu un problema che accese la pi difficile discussione e fu quello delle persone da proscrivere, perch ciascuno voleva togliere di mezzo i suoi nemici e salvare i propri congiunti. Infine, sacrificando allira verso coloro che odiavano il rispetto verso i parenti e laffetto verso gli amici, Cesare abbandon Cicerone ad Antonio e Antonio a questi Lucio Cesare, che era suo zio materno67.
Ebbero cos inizio nello stesso momento sia il triumvirato che le proscrizioni. Difficile stabilire come si comport Antonio in quei frangenti: fu definito crudele dai suoi nemici, mentre gli amici lo elogiavano come esempio di magnanimit, soprattutto se lo si confrontava con Ottaviano. Non si potr mai sapere se luno sia stato peggiore dellaltro, ma un processo oggettivo li condannerebbe entrambi come complici, perch di sicuro molti uomini morirono per loro volere. Cicerone fu senza dubbio una vittima di Antonio, ma anche di Fulvia, che secondo le fonti riusc a far uccidere molti suoi nemici facendoli rientrare nelle liste del marito.
La questione con i cesaricidi si chiuse solo nel 42 a.C. con la battaglia di Filippi, dove trovarono la morte Marco Giunio Bruto Cepione e Gaio Cassio Longino, gli organizzatori della congiura. A quel punto i triumviri avevano lintero impero da dividersi: lAfrica tocc a Lepido, lOccidente a Ottaviano e lOriente ad Antonio. Perci questultimo si assunse lonere delle operazioni in Oriente e and a Tarso dove, nel 41 a.C., incontr per la seconda o la terza volta Cleopatra68. Le fonti si affannano a precisare che fu allora che cominci il vero declino di Antonio, stregato, manovrato e portato alla rovina dalla regina dEgitto69. Per quasi un anno il generale romano rimase tra le braccia di Cleopatra ad Alessandria, ma poi fu costretto a tornare in Italia a causa di una rivolta fomentata da sua moglie e da suo fratello Lucio contro Ottaviano70, la cosiddetta guerra di Perugia. Dopo la sua conclusione, Ottaviano e Antonio si incontrarono a Brindisi nel settembre del 40 a.C. e presero nuovi accordi, che rafforzarono con un matrimonio. Fulvia era appena morta a Sicione e cos Antonio fu libero di accettare la proposta di Ottaviano, che gli offr sua sorella Ottavia.
Ma anche questo matrimonio non dur a lungo. LOriente era sottoposto alla pressione dei parti, che tra il 39 e il 38 a.C. tracimarono in Asia Minore. Un luogotenente di Antonio, Publio Ventidio Basso, riusc a contenerne la spinta riportando vari successi che gli valsero il trionfo a Roma. Antonio lo rilev dopo aver trascorso diverso tempo ad Atene al fianco della nuova moglie, che gli aveva dato due figlie. Per il momento, Ottavia riusc a evitargli una nuova rottura con Ottaviano, che gli lesinava soldati e gli impediva di sbarcare a Brindisi:
Poich Brindisi non lo [Antonio] accolse, ormeggi la flotta presso Taranto. L mand dal fratello Ottavia [] che era incinta, dopo aver gi dato ad Antonio una seconda bambina71. Questa si incontr con Cesare lungo la strada, accompagnata dagli amici di lui, Agrippa e Mecenate, e lo supplic molto accoratamente e con insistenza che non permettesse che ella, la pi felice delle donne, divenisse la pi sventurata72.
Stipulato laccordo con Ottaviano, Antonio torn finalmente in Oriente. A causa della gravidanza Ottavia dovette fermarsi a Corcira (attuale Corf) e cos nel 37 a.C. Antonio rivide Cleopatra: da quel momento, la regina non avrebbe pi perso il suo ascendente su di lui.
Quello che in realt rovin Antonio, pi che la relazione con la regina, fu proprio la sua smania di emulare Alessandro Magno e di conquistare lOriente, in particolare il regno dei parti. Si trattava di un sogno che si era rivelato infausto per molti comandanti romani: aveva segnato la fine per Crasso, Cesare era stato ucciso poco prima di dare avvio alla campagna e Antonio affrontava larduo compito nella fase declinante della sua carriera. Ecco come sintetizza la vicenda Livio:
Marco Antonio, venuto ben tardi nella Media per essersi lasciato avvincere dalle grazie di Cleopatra, fece guerra ai parti con diciotto legioni e sedicimila cavalieri; e poich vi perse due legioni, e, nulla andandogli per il verso giusto, prese a indietreggiare inseguito dai parti e con grande trepidazione e pericolo di tutta larmata, presa la volta dellArmenia, percorse in quella fuga ben trecento miglia nel giro di ventuno giorni. Perse per varie calamit circa ottomila uomini (calamit che, oltre ai molti danni rilevati nella guerra contro i Parti, gli toccarono per colpa sua, poich per affrettare il passo alla volta di Cleopatra non volle svernare in Armenia)73.
Il re armeno si arrese ad Antonio per cui il generale si sent in diritto di festeggiare il trionfo, ma lo fece ad Alessandria, anzich a Roma come voleva la consuetudine. La sua scelta, insieme a molte altre, non fece altro che alimentare le voci diffuse da Ottaviano per denigrarlo: Antonio, si diceva, puntava a spostare il potere da Roma ad Alessandria. Tra le altre sue decisioni discutibili, vi fu quella di rifiutarsi di vedere sua moglie quando Ottavia gli chiese un incontro, nel 35 a.C. Cleopatra aveva fatto di tutto per evitare che i due si parlassero, perch temeva non solo lavvenenza di Ottavia, ma anche il suo ruolo politico, ovvero la funzione di raccordo tra Antonio e Ottaviano: solo Antonio si frapponeva tra lEgitto e il suo inglobamento nellimpero romano. La regina press a tal punto il generale da spingerlo a ripudiare la moglie nel 32 a.C., nonostante la donna avesse deciso di continuare a vivere nella casa del marito e allevare tutti i suoi figli, perfino quelli avuti da Fulvia. Lallontanamento di Ottavia coincise con quello che si pu considerare il quinto matrimonio di Antonio, quello con la regina egiziana. Lunione non verr mai riconosciuta legalmente a Roma, ma fu comunque di importanza capitale nella vita del triumviro.
Il trattamento riservato da Antonio ad una matrona irreprensibile come Ottavia non fece altro che peggiorare la sua immagine agli occhi del popolo romano, e Ottaviano non poteva avere pretesto migliore per incrementare i suoi attacchi. Gi, riprendendo un vecchio cavallo di battaglia di Cicerone, aveva posto laccento su un vizio di Antonio in particolare, lamore per il vino. Qualunque fonte si prenda in considerazione, Antonio ci viene presentato ubriaco almeno una volta e la sua scelta di proporsi in Oriente quale novello Dioniso o Alessandro di certo non giovava alla sua immagine. Allinizio del 31 a.C. viene fatta risalire la pubblicazione di una sua opera dal titolo De ebrietate sua. Molti ritengono che si trattasse di un testo scritto allo scopo di difendersi dallaccusa di essere un ubriacone; tuttavia, il documento non doveva essere destinato allItalia e a Roma, ma molto probabilmente agli alleati orientali di Antonio, per i quali la capacit di sopportare grossi quantitativi di vino era considerata una virt e non un vizio74.  abbastanza logico pensare che il pubblico cui si rivolgeva Antonio fosse quello orientale perch, se avesse voluto semplicemente difendersi dalle accuse mossegli a Roma, di certo non avrebbe aspettato fino al 31 a.C.
Al 31 risale anche lo scontro finale tra Antonio e Ottaviano, la decisiva battaglia di Azio. A vincere per Ottaviano fu Marco Vipsanio Agrippa, senza dubbio facilitato dalle continue defezioni verificatesi nelle file di Antonio. Durante la battaglia, quando le cose cominciarono a mettersi male: Cleopatra prese la fuga per prima, Antonio prefer essere compagno della regina che fuggiva piuttosto che dei suoi soldati che combattevano, e il comandante supremo, che avrebbe dovuto punire severamente i disertori, divenne egli stesso disertore del suo esercito75. Secondo la tradizione Ottaviano entr in Egitto quasi un anno dopo la vittoria di Azio, nellagosto del 30; fu allora che Antonio cap che era finita e si suicid. Pare che a spingerlo al fatale gesto fosse stata ancora una volta Cleopatra, la quale stava trattando con Ottaviano per salvarsi76. Antonio lo venne a sapere e lei, temendo ripercussioni, mand dei suoi uomini a dire al marito che era morta e questi, preso dal dolore, si colp al ventre con la spada. Non mor subito e quando venne a sapere che Cleopatra era ancora viva si fece portare da lei e mor tra le sue braccia.
Marco Antonio  stato senza dubbio uno dei personaggi pi controversi della storia di Roma. Per alcuni un vizioso succube delle sue donne, per altri un ottimo militare denigrato dal vincitore Ottaviano, che ha potuto imporre il suo punto di vista ai posteri.  probabile che la realt, come sempre, sia nel mezzo. Fu un eccellente militare, capace di farsi apprezzare dai suoi uomini, ma smodato nella vita civile, e tanto passionale da lasciarsi guidare spesso dagli impulsi, soprattutto se si trattava di donne. Ci che lo rovin non fu Cleopatra o le sue donne ma il suo grande amore per lOriente, per una cultura diversa da quella romana, che lo condann agli occhi dei suoi concittadini, pervicacemente tradizionalisti.
Allombra di un grande fratello
I fratelli di Antonio hanno partecipato come lui agli eventi della tarda Repubblica, in maggiore o minore misura, senza per raggiungere mai la fama del fratello maggiore. Di Gaio Antonio, secondogenito di Cretico e Giulia, sappiamo che raggiunse solo la carica di pretore urbano nel 44 a.C. senza andare oltre nel cursus honorum. Nel 49 a.C. lo troviamo al fianco di Cesare come legato ma, degno figlio di suo padre, non mostr grandi doti militari. Livio riferisce che Gaio Antonio, luogotenente di Cesare, fu alle prese con i pompeiani nellIllirico ma gli and male e fu fatto prigioniero77. In seguito alla vittoria riportata da Cesare, Gaio fu liberato e cos lo ritroviamo nel 44 a.C. a rivestire la carica di pretore urbano accanto ai fratelli, che in quellanno erano uno console e laltro tribuno della plebe78. Per lanno successivo ottenne il governo della Macedonia79 che, a detta di Cicerone, desiderava ardentemente. Purtroppo la nostra principale fonte di riferimento  Cicerone stesso, il quale  tuttaltro che un fervente sostenitore della famiglia di Marco Antonio. Loratore, infatti, sostiene che Gaio era un vizioso degno, se non peggiore, dei suoi fratelli e che, nonostante il Senato gli avesse revocato il comando della Macedonia, lui vi si rec comunque. Anzi Cicerone ironizza sulla velocit con cui avvenne lo spostamento: Nel caso di altri, quando vogliamo che vadano allestero in missione ufficiale, di solito  a stento che riusciamo con le nostre pressioni a farli partire; nel caso di costui (Gaio), invece, la spinta a farlo partire fu proprio la nostra volont di trattenerlo80.
Giunto ad Apollonia, Gaio si trov a dover fare i conti con Bruto che aveva occupato la Macedonia e che lo cinse dassedio. Fu preso prigioniero nel 43 a.C. e dopo qualche tempo fu relegato su una nave per aver tentato di fomentare una rivolta tra gli uomini di Bruto mentre era tenuto in ostaggio81. Alla fine, Gaio pag per le colpe di suo fratello Marco: quando fu decretata la morte di Cicerone, Bruto, per vendicare loratore e Decimo Giunio Bruto Albino, ordin a Ortensio, figlio dellaltro celebre oratore Quinto Ortensio Ortalo, di uccidere Gaio82. Marco lo vendic un anno dopo a Filippi, dove cattur Ortensio e lo uccise sulla tomba del fratello.
Riguardo al terzo fratello, il minore, ovvero Lucio Antonio, le fonti lo menzionano per la prima volta a proposito di uno dei processi intentati contro Aulo Gabinio; laccusa era quella di concussione e lepisodio ebbe luogo nel 54 a.C. Con Gabinio aveva militato Marco, come abbiamo gi detto, ma i suoi fratelli, sia Gaio che Lucio, non si fecero problemi a partecipare al processo contro di lui. Alla fine Gabinio fu ritenuto colpevole dei reati imputatigli e costretto allesilio.
Lucio inizi la sua carriera politica nel 50 a.C. come questore del proconsole dAsia, Quinto Minucio Termo. Poi lo ritroviamo nel 44, come si  visto, nella veste di tribuno della plebe. Cicerone ci presenta Lucio forse come il pi pericoloso dei tre fratelli Antoni, sostenendo che questi aveva una forte influenza su Marco. Tuttavia, come gi detto i commenti delloratore in merito vanno presi con cautela. Ecco, infatti, come Cicerone ci presenta Lucio:
[] sar Lucio a farla da padrone:  lui il protettore delle trentacinque trib, anche se ha tolto il diritto di voto in forza della sua legge con la quale spart con Cesare la nomina dei magistrati83;  lui il protettore delle centurie dei cavalieri romani, alle quali pure tolse il voto; lui il protettore degli ex tribuni militari, lui il protettore dei banchieri. [] ho adoperato il termine gladiatore [per descrivere Lucio] non come talora si suole definire cos pure Marco Antonio, ma nel significato proprio che ha in buon latino: ha combattuto in Asia da mirmillone! Fece indossare a un suo compagno e amico larmatura da gladiatore trace e poi lo sgozz mentre quellinfelice fuggiva, ricevendo a sua volta una vistosa ferita: sta l a testimoniarlo la cicatrice84.
Loratore riprende pi e pi volte questa storia del combattimento, quasi fino alla nausea, chiamando Lucio gladiatore quasi come se fosse un cognomen85. N risparmia anche a lui laccusa di essere un accanito bevitore. Diciamo in sintesi che per Cicerone un fratello valeva laltro, per quanto si somigliavano soprattutto nella scelta dei vizi.
Sappiamo che Lucio si trovava al fianco di Marco durante la battaglia di Modena del 43 a.C. La citt era stata assediata per stanare Decimo Giunio Bruto Albino ma in aiuto di questultimo giunsero le truppe di Ottaviano. Marco era stato dichiarato nemico pubblico e una volta sconfitto fu costretto a fuggire in Gallia con Lucio. Dopo il triumvirato e la partenza di Antonio per lOriente, nel 41 a.C. il secondo divenne console e attir i riflettori della Storia su di s rendendosi protagonista del cosiddetto bellum Perusinum86.
Questi i fatti. Nel 42 a.C. Lucio si era alleato con Fulvia che, stando ad alcune fonti, lo avrebbe manipolato esattamente come aveva fatto con il marito. Lanno seguente, approfittando del ruolo di console ricoperto da Lucio, i due tentarono di rovesciare Ottaviano, probabilmente allinsaputa dello stesso Antonio. Lucio sosteneva che il suo unico scopo era aiutare il fratello, e si sentiva animato da un tale affetto nei suoi confronti da pretendere anche di essere soprannominato pietas.
Lucio e Fulvia approfittarono degli espropri effettuati da Ottaviano in Etruria a beneficio dei suoi veterani, per fomentare il malcontento tra coloro che avevano perso i loro possedimenti. Il console riusc perfino a farsi dare dal Senato un mandato per attaccare il giovane erede di Cesare, ma nessuna delle armate del triumviro lo abbandon. Forte del sostegno dei suoi soldati, Ottaviano mosse contro Lucio, il quale fu costretto a rintanarsi a Perugia con Fulvia. Le truppe cesariane ebbero la meglio e alla fine del conflitto Fulvia fu costretta a fuggire con i figli, per poi morire poco dopo; il vincitore, per, non poteva mettere a morte il fratello di un uomo con cui aveva da poco stipulato un sodalizio come il triumvirato, e quindi Lucio fu perdonato, e anzi insignito del governatorato della Spagna. Dopo il mandato nella penisola iberica, per, di lui non sappiamo pi niente.
Questo  quanto ci dice la gran parte delle fonti sul fratello minore di Marco e Gaio. Ma se invece Lucio fosse stato lultimo baluardo dei repubblicani? Questo  quanto sostengono E. Gabba e J.M. Roddaz87 i quali fanno riferimento al racconto di Appiano88 anzich ai classici Cicerone, Velleio Patercolo e Cassio Dione.
Appiano, filorepubblicano, ci presenta un Lucio diverso, libero dai pregiudizi della propaganda augustea. Lo storico greco, in un discorso relativo alla guerra di Perugia, fa dire chiaramente a Lucio che la sua intenzione non  quella di sostituirsi a Ottaviano, bens di abbattere il triumvirato per restituire alla Repubblica il suo potere. Queste affermazioni non appaiono tanto assurde, se si considerano alcuni dati sulla vita di Lucio: era stato questore nel 50 a.C., agli albori della guerra civile tra Cesare e Pompeo, in una delle province di Pompeo e al servizio di un pompeiano qual era Termo, poi scompare dalla scena politica per riapparire solo nel 44.  possibile pensare che anche Lucio avesse usufruito della famosa clementia Caesaris e che dopo aver appoggiato Pompeo fosse riuscito, grazie anche al fratello, a rientrare nelle grazie del futuro dittatore.
Nel 43 lo ritroviamo al fianco del fratello nella battaglia di Modena, ma poi eccolo scomparire di nuovo. Pur avendo seguito Antonio in fuga in Gallia, sembra non aver avuto alcun ruolo nei negoziati per il triumvirato. Lucio ricompare direttamente nel 41 in veste di console e ribelle. Cicerone, involontariamente, avvalora limportanza del ruolo svolto dal fratello di Antonio in quella fase; tra uningiuria e laltra, infatti, loratore ricorda che al console furono dedicate diverse statue: una fatta erigere dalle trentacinque trib di Roma e collocata nel foro, di fronte al tempio di Castore; unaltra voluta dallordine equestre e una dai banchieri. Su tutte queste statue il popolo, i cavalieri e i banchieri dichiaravano di aver scelto Lucio come loro protettore. Inoltre, se consideriamo che il Senato diede mandato a Lucio di attaccare Ottaviano, i conti potrebbero anche tornare.
Se a tutto ci si aggiungono limmobilismo del fratello Marco allepoca della guerra di Perugia e il fatto che, pur avendolo eletto governatore della Spagna, Ottaviano continu sempre a farlo tenere sotto controllo dai suoi uomini89, possiamo dire che questa lettura alternativa della storia di Lucio  pi che possibile.
La genia di Marco Antonio
Degno erede di Eracle, Marco Antonio, oltre ad aver avuto molte mogli, ebbe anche tanti figli. Le fonti parlano di figli, al plurale, nellambito del primo matrimonio con Fadia, ma non sappiamo esattamente quanti fossero e cosa ne sia stato. Con la seconda moglie, Antonia, ebbe una figlia, Antonia, che utilizz per rinforzare i legami con uno dei triumviri, Lepido, fidanzandola fin da piccola al figlio di Lepido90. Tuttavia il matrimonio non si celebr mai, perch quando i due sposi ebbero let giusta per celebrare le nozze Lepido era ormai caduto in disgrazia e Antonio ruppe laccordo. Le fonti non citano pi Antonia ma Mommsen91, sulla base di uniscrizione92,  convinto che la figlia del triumviro fosse andata in sposa a Pitodoro di Tralles93 dando cos origine alle case reali del Ponto e dellArmenia.
Poi  la volta dei due maschi avuti da Fulvia. Il primo, Marco Antonio Antillo, era stato anchegli destinato a consolidare il triumvirato, in qualit di promesso sposo della figlia di Ottaviano, Giulia94. Considerando quanto accadde in seguito, non ci meraviglia che lunione non sia mai stata formalizzata. Antillo segu suo padre in Egitto e gli fu concessa la toga virile poco dopo la battaglia di Azio; suo padre sperava che il ragazzo, allora quindicenne, prendesse il suo posto nella lotta contro Ottaviano.
Tuttavia Antillo non gli sarebbe sopravvissuto: Tradito dal suo precettore, Teodoro, fu ucciso. Dopo che i soldati gli ebbero tagliato la testa, il precettore gli tolse una pietra molto preziosa che egli portava al collo e se la cuc alla cintura; neg poi di averlo fatto, ma fu colto in flagrante e venne crocifisso95. I soldati venuti a ucciderlo erano quelli di Ottaviano e a quanto pare dovettero strapparlo con la forza da una statua di Cesare presso la quale si era rifugiato.
Anche il secondogenito di Fulvia e Antonio, Iullo Antonio, fu fatto uccidere da Ottaviano Augusto, ma molto tempo dopo, e anche lui ebbe a che fare in qualche modo con Giulia. Iullo era stato risparmiato dal trionfatore, al pari degli altri figli di Antonio cresciuti in casa di Ottavia96. In seguito, gli fu permesso di inserirsi nel mondo politico divenendo pretore nel 13 a.C. e console nel 10 a.C., fino a essere considerato luomo pi importante dopo Agrippa e i figli di Livia. Iullo spos anche una nipote di Ottaviano, Claudia Marcella Maggiore, ex moglie di Agrippa.
Probabilmente Iullo avrebbe avuto unancor pi fulgida carriera, se non fosse incappato proprio in Giulia, la figlia del princeps; secondo le fonti, il figlio di Antonio sarebbe stato uno dei tanti amanti della donna e quando Ottaviano li scopr pun la figlia con lesilio a Pandataria (attuale Ventotene) e condann Iullo a morte. Questi per prefer il suicidio, che avvenne nel 2 a.C. Laccusa mossagli fu anche quella di aver attentato alla vita del princeps ma restano molti dubbi in merito, soprattutto se si considera quanto afferma Dione:
In quella circostanza, dunque, quando venne a sapere quello che stava accadendo, Augusto si adir a tal punto che non riusc a mantenere la questione entro le mura domestiche, ma ne rese partecipe il Senato. Conseguentemente a ci, Giulia venne confinata a Pandataria, unisola nei pressi della costa campana, e la madre, Scribonia, la segu spontaneamente nel suo esilio. Per quanto riguarda invece coloro che avevano avuto rapporti con lei, Iullo Antonio mor insieme ad alcuni altri uomini in vista come se avesse attentato alla monarchia97.
Ben diversa  la versione riportata da Velleio Patercolo98, noto adulatore di Augusto.
Da Ottavia, Antonio ebbe invece due figlie, Antonia Maggiore e Antonia Minore. Antonia Maggiore ha avuto il privilegio di essere la nonna dellamabile Nerone, per aver sposato nel 37 Lucio Domizio Enobarbo, console nel 16 a.C., da cui ebbe due figlie femmine, Domizia Lepida Maggiore e Domizia Lepida Minore, e un maschio, Gneo Domizio Enobarbo, marito di Agrippina Minore e padre di Nerone. Molto di pi di lei non si pu dire.
Di ben altra caratura la sorella, Antonia Minore, madre dellimperatore Claudio, cognata dellimperatore Tiberio e nonna dellimperatore Caligola. Matrona romana di alto lignaggio, ricchezza, influenza e spessore, ecco come la presenta Flavio Giuseppe:
Antonia era tenuta in gran stima da Tiberio, sia perch, come moglie di suo fratello Druso, era sua parente, sia perch era una donna virtuosa e pudica. A dispetto, infatti, della sua giovent, rimase vedova e rifiut di sposarsi di nuovo nonostante linsistenza dellimperatore che la esortava a risposarsi. Ella mantenne la sua vita lungi da qualsiasi rimprovero; e si rese ampiamente benemerita presso Tiberio99.
Antonia aveva sposato Druso Maggiore, fratello dellimperatore Tiberio, dal quale aveva avuto tre figli: Germanico, Livilla e Claudio. Ad Antonia Minore si deve anche la caduta di Seiano: secondo Flavio Giuseppe fu lei ad avvertire per lettera Tiberio a Capri dello strapotere del prefetto del pretorio a Roma100. Fu proprio in questa occasione che si dimostr una romana degna della miglior tradizione. Con la caduta di Seiano emerse che sua figlia Livilla, da tempo amante del prefetto, aveva preso parte alluccisione del figlio di Tiberio. Limperatore allora la consegn per rispetto ad Antonia, lasciando la cognata libera di decidere come punire la figlia. E Antonia non esit a lasciar morire la figlia di inedia101. Quando Caligola, suo nipote, sal al potere, inizialmente le concesse ogni sorta di onore equiparandola a Livia, la moglie di Augusto, ma poi cambi atteggiamento e, in un modo o nellaltro, ne avrebbe provocato la morte. Secondo alcune versioni Antonia sarebbe morta per le continue umiliazioni che fu costretta a subire dal nipote, tra le quali quella di scoprire la relazione tra Caligola e sua sorella Drusilla. Secondo unaltra versione sarebbe stata addirittura avvelenata dal ragazzo, comunque alla veneranda et di settantasette anni.
Da schiavi a sovrani ombra
Non  questa la sede per parlare dei figli di Marco Antonio e Cleopatra; la madre straniera li escludeva automaticamente della gens Antonia e daltra parte neppure ne portavano il nome, chiamandosi rispettivamente Cleopatra Selene, Alessandro Elio e Tolomeo Filadelfo. Pi pertinente  invece la categoria dei liberti, di cui gi in precedenza abbiamo evidenziato limportanza nellambito degli Antoni. Vale la pena ricordarne almeno due divenuti celebri. Si tratta di Marco Antonio Pallante e di Antonia Cenide. Schiavi ambedue di Antonia Minore, in seguito alla morte della loro padrona seguirono sorti diverse pur giungendo entrambi allapice del potere.
Marco Antonio Pallante potrebbe essere nato intorno allanno 1 d.C. ma noi lo incontriamo per la prima volta solo nel 31, quando Antonia gli affida limportantissima lettera da consegnare allimperatore Tiberio a Capri, che avrebbe provocato la fine di Seiano102. Questo ci fa capire di quanta fiducia godesse lo schiavo a quel tempo.
Non sappiamo gran che di lui prima di questa data; non si sa come sia diventato schiavo, se per nascita o in un secondo momento; non si sa da dove venisse, anche se il suo nome ci permette di ipotizzare che fosse orientale (alcune fonti lo acclamano quale discendente dei re dArcadia, ma si tratta solo di un modo per blandire il potente liberto); non si sa neanche come fosse finito tra gli schiavi di Antonia. Sappiamo per che fu manomesso, cio liberato, tra il 31 e il 37 d.C. da Antonia stessa e che aveva un fratello, Marco Antonio Felice, che grazie a lui divenne procuratore in Giudea dove si rese artefice di numerosi reati. Alcuni ipotizzano che la manomissione di Pallante fosse avvenuta in seguito al servizio prestato alla padrona contro Seiano, ma non possiamo esserne certi. Morta Antonia nel 37 d.C., Pallante si ritrov suo figlio Claudio come nuovo patrono; e fu proprio con lui che il liberto diede inizio alla sua formidabile ascesa.
Non sappiamo cosa fece Pallante durante il regno di Caligola, e per ritrovare una sua menzione nelle fonti dobbiamo attendere gli eventi del 48 d.C. Pare che Pallante e altri liberti di Claudio, pur sapendo ci che stava tramando Messalina alle spalle del marito insieme a Gaio Silio, avessero deciso di non intervenire. Secondo Tacito, Pallante avrebbe desistito dallintervenire per pura e semplice vilt103. Dalle fonti sembra che i liberti di Claudio, almeno in un primo momento, avessero agito di concerto con Messalina per manipolare limperatore, ma che lalleanza si fosse poi interrotta quando limperatrice fece uccidere uno di loro, Polibio. A quanto sembra, Narciso fu lunico a contrapporsi apertamente alla donna.
Fin da quando Claudio era divenuto imperatore, nel 41 d.C., Pallante era stato scelto come supervisore del tesoro imperiale (a rationibus) e, come gli altri liberti della casata regnante, grazie alla sua carica aveva accumulato una ricchezza tale da spingere Svetonio a scrivere quanto segue:
Ma [Claudio] predilesse sopra tutti Narciso, suo segretario, e Pallante, suo intendente, ai quali il senato, col suo consenso, decret non soltanto dei premi immensi, ma anche le insegne della questura e della pretura, e le cui esazioni e rapine furono tali che quando, un giorno, Claudio si era lamentato di non aver pi niente di suo, gli fu risposto con una certa arguzia, che avrebbe avuto denaro in abbondanza se i suoi liberti lo avessero accettato come socio104.
Molti autori definiscono Claudio succubo dei suoi liberti, e non si pu negare che costoro detenessero un grande potere; ma non  possibile stabilire fino a che punto influissero sulle sue decisioni. Il rapporto tra Claudio e i suoi collaboratori potrebbe essere stato enfatizzato dalle fonti per evidenziare ulteriormente la presunta inettitudine dellimperatore.
Uno dei casi in cui il Senato tribut onori a Pallante fu, nel 52 d.C., quando il liberto si fece promotore di un provvedimento decisamente particolare. In base a esso, una donna che aveva avuto rapporti sessuali con uno schiavo diventava, secondo la volont del proprietario dello schiavo, o schiava a sua volta o liberta105. Per questa sua idea geniale gli furono offerte le insegne di pretore e quindici milioni di sesterzi, e Tacito ironizza asserendo che Pallante, pur avendo accumulato allincirca trecento milioni di sesterzi, fu pubblicamente elogiato per la sua parsimonia, avendo rinunciato a quei quindici concessigli in premio.
Nei primi anni del regno di Claudio fu sicuramente Narciso il liberto pi potente, ma Pallante punt sul cavallo vincente in seguito alla morte di Messalina; infatti, mentre i suoi colleghi proponevano a Claudio come nuova consorte Elia Petina (gi ex moglie dellimperatore) e Lollia Paolina (ex moglie di Caligola), Pallante gli mise sotto il naso la nipote, Agrippina Minore. E quando Agrippina assunse il potere, Pallante divenne il liberto pi influente a corte e fu sempre lui a proporre ladozione di Nerone da parte di Claudio. Non mancarono neppure le voci che parlavano di una relazione tra Agrippina e il liberto, ma non sappiamo quanto siano fondate.
Alla morte di Claudio, Agrippina e Pallante tentarono di manovrare Nerone cos come avevano fatto col precedente imperatore, ma ebbero dei degni avversari: il filosofo Seneca e il prefetto del pretorio Burro. Pallante, giunto ormai allapice della sua carriera, divenne troppo spavaldo, tanto da innervosire il sovrano: Nerone non era uomo da stare soggetto a dei servi e Pallante, avendo superato con la sua sfacciata arroganza i limiti della sua condizione di liberto, lo aveva infastidito106. Il liberto fin per pagare sia per la sua arroganza che per quella di Agrippina, divenendo un mezzo per mostrare alla donna quale fine le sarebbe toccata se non avesse smesso di comportarsi come se fosse la padrona dellimpero. Nel 55 d.C. Pallante perse la sua carica di amministratore delle finanze imperiali e successivamente fu processato con laccusa di tradimento107. Secondo le fonti, il liberto era accusato di aver cospirato contro Nerone per far salire al potere Cornelio Silla, ma fu tanto abile da dimostrare la sua innocenza e quindi riusc a salvarsi. Mor solo pochi anni pi tardi per avvelenamento, nel 62 d.C., e la sua morte fu comunque dovuta a Nerone, il quale voleva impadronirsi delle sue ricchezze, che a quanto pare ammontavano ormai a quattrocento milioni di sesterzi108.
Di Antonia Cenide, invece, sappiamo molto meno. Era schiava e segretaria di Antonia Minore, esattamente come Pallante, e molto probabilmente fu lei a scrivere la famosa lettera contro Seiano che poi Pallante port a Capri109. Fu manomessa da Antonia e fu per quasi tutta la sua vita amante dellimperatore Vespasiano. I due si sarebbero conosciuti ben prima che questi diventasse imperatore, ma solo dopo la morte della legittima moglie, Cenide and a vivere con lui definitivamente: [Vespasiano] dopo la morte della moglie, si riprese in casa Cenide, liberta e segretaria di Antonia, che gi prima aveva amata, e che anche dopo essere diventato imperatore consider quasi come legittima moglie110. La loro fu sicuramente una relazione insolita, ma non sembra che abbia fatto gridare allo scandalo, anzi, molti stimarono questa donna per le sue qualit: A quel tempo mor anche Cenide, concubina di Vespasiano. Ho ricordato costei perch era fedelissima e perch lasci un ricordo eccezionale. [] Vespasiano nutriva per lei una grande passione, e soprattutto per ci essa era diventata influente e aveva accumulato unincredibile ricchezza111. Cenide mor nel 75 d.C. dopo aver raggiunto un potere che a ben poche liberte era concesso.
Da cospiratori a imperatori
Come in ogni gens che si rispetti, neanche in quella Antonia potevano mancare dei cospiratori. Il primo di cui ci parlano le fonti  un tale Antonio Natale, coinvolto nella congiura di Pisone, ordita nel 65 d.C. ai danni di Nerone e fallita miseramente. Natale fu uno dei primi a essere interrogato dagli uomini dellimperatore e il primo in assoluto a capitolare e confessare. Gli era stato promesso che avrebbe avuto salva la vita se avesse detto tutto ci che sapeva e, infatti, fu lunico dei congiurati che sopravvisse a quel drammatico evento.
Il pi famoso di questa categoria fu per Lucio Antonio Saturnino, che sarebbe entrato a far parte dellordine senatorio sotto Vespasiano. R. Syme112, sulla base di questa e altre informazioni epigrafiche, tenta di dedurre alcune notizie sulla sua origine e sulla sua carriera militare prima del governatorato nella Germania Superiore affidatogli da Domiziano. Ma le ricerche portano a un nulla di fatto, non vi sono certezze e lo stesso titolo di console suffetto, attribuitogli da alcuni storici, pu essere messo in dubbio. Il consolato di Saturnino, infatti, viene dedotto esclusivamente dalleliminazione da una tavola di bronzo113 del nome di uno dei due consoli suffetti dell82 d.C. La damnatio memoriae ha fatto pensare a diversi studiosi che si potesse trattare del ribelle, ma senza alcuna certezza.
Saturnino, il cui cognomen viene peraltro menzionato solo da due fonti, mentre tutte le altre lo citano semplicemente come Antonius o L. Antonius, era governatore della Germania Superiore per volere di Domiziano quando nell89 d.C. si ribell allimperatore coinvolgendo le legioni di stanza a Mogontiacum (attuale Magonza) e alcune popolazioni germaniche. Ma gli di dovevano avercela con lui: [Domiziano] con meravigliosa fortuna port a termine, pur rimanendo assente, la guerra civile mossagli da Lucio Antonio, governatore della Germania Superiore: il Reno, infatti, straripando proprio al momento dello scontro, imped ai barbari di effettuare la loro congiunzione con Antonio114. Il sovrano, come ha precisato Svetonio, non era presente al momento dello scontro decisivo; le sue truppe erano guidate da Aulo Bucio Lappio, governatore della Germania Inferiore, da Norbano, procuratore della Rezia e da Traiano, il futuro imperatore.
Saturnino mor durante il conflitto mentre molti altri, accusati di aver collaborato con lui, furono messi a morte in un secondo momento. In seguito alla rivolta Domiziano prese anche altri provvedimenti: Viet che le legioni fossero acquartierate a due per volta e che si potessero depositare pi di mille monete in custodia presso le bandiere, perch Lucio Antonio, dopo aver preparato la rivolta nei quartieri dinverno in cui erano accantonate due legioni, sembrava aver preso fiducia anche di fronte allammontare di quei depositi115.
Infine, in una famiglia come quella degli Antoni non possono mancare degli imperatori, e la gens pu vantarne ben tre, ovvero i tre Gordiani.
Il nome completo dellimperatore Gordiano i  infatti Marco Antonio Gordiano Semproniano Romano Africano. In realt questo  anche il nome dellimperatore noto come Gordiano ii, suo figlio. Non sappiamo come e quando Gordiano i sia entrato a far parte della gens degli Antoni; secondo lHistoria Augusta116, in realt egli sarebbe figlio di un tale Mecio Marullo e di Ulpia Gordiana. Da parte del padre sarebbe legato ai Gracchi e quindi alla gens Sempronia, mentre da parte di madre addirittura allimperatore Traiano. M. Grant sostiene che il nome Mecio (Maecio) desta sospetti di anacronismo perch sar tipico del successivo iv secolo, quando fu scritta lHistoria117, mentre invece bisogna mettere laccento sul cognomen Gordiano, che sembra rinviare alla citt di Gordio in Asia Minore e quindi collegherebbe limperatore a questa zona. Se Grant non spiega come Gordiano sia finito nella gens Antonia, J.H. Oliver118 tenta di chiarire questo passaggio. Lo studioso propone come soluzione ladozione e ritiene che essa sia avvenuta a opera del marito di una probabile sorella di Mecio Marullo, il quale sarebbe appartenuto alla famiglia di Marco Antonio Acheo. C infine chi, come C. Settipani119, sostiene che i genitori di Gordiano fossero il tribuno della plebe Marco Antonio, vissuto nella seconda met del ii secolo d.C. e sua moglie, Sempronia Romana.
La faccenda resta poco chiara, anche perch  alquanto strano che un uomo prendesse sia il nome paterno che quello materno, o che, nel caso di unadozione, assumesse il nome del padre adottivo e poi conservasse un cognomen che rinviava alla madre anzich al padre biologico. LHistoria Augusta si rivela in pi occasioni errata e molto probabilmente lautore della vita di Gordiano si  adoperato per conferirgli delle origini degne di un imperatore collegandolo ai Gracchi, a Traiano e per matrimonio anche ad Antonino Pio e Marco Aurelio. Nellopera Gordiano i risulta, infatti, sposato con una tale Fabia Orestilla, discendente di Antonino.
Comunque stiano le cose, limperatore  un Antonio e quindi rientra di diritto in questa gens. Con gli Antoni, e nello specifico con il triumviro Marco Antonio, Gordiano i ha unaltra caratteristica in comune; come il triumviro, infatti, anche lui fu proprietario della casa di Pompeo alle Carene.
Nato nel 159 d.C., Gordiano si trov a svolgere la propria carriera politica in un periodo molto delicato della storia dellimpero romano e sotto imperatori quali Caracalla, Macrino e Alessandro Severo. Fu questore, pretore e secondo lHistoria Augusta anche console due volte, ma questultimo dato  alquanto improbabile.  possibile per che sia stato console suffetto tra il 220 e il 223 d.C. Doveva essere un uomo dalle notevoli risorse, se gli fu assegnato il governo di diverse province, tra cui, per ultima, lAfrica. Qui Gordiano giunse per volere dellimperatore Alessandro Severo, che per poco dopo fu ucciso da Massimino il Trace, il quale prese il suo posto sul trono.
E proprio in Africa, a Cartagine, ebbe inizio la rivolta che permise a Gordiano i di diventare imperatore nel marzo del 238 d.C. insieme a suo figlio Gordiano ii. Tutto ebbe inizio a causa di un procuratore dellimperatore addetto alla riscossione delle tasse, il quale si rivel eccessivamente avido spingendo molti aristocratici di Cartagine a ordire una congiura contro di lui per assassinarlo. Il loro gesto fu considerato come un modo per mettere in discussione il potere imperiale, obbligandoli a scegliersi un nuovo imperatore da contrapporre a Massimino.
La scelta cadde proprio su Gordiano che, essendo quasi ottantenne, decise di scegliersi un collega e cos suo figlio, Gordiano ii, divenne imperatore insieme a lui e ambedue assunsero il cognomen Africano. Il Senato approv la scelta e dichiar Massimino nemico pubblico. Ma la gloria dei due Gordiani dur pochissimo: Capeliano, il governatore della Numidia, odiava Gordiano e quando si rese conto che questi voleva togliergli lincarico in Numidia lo attacc. Della difesa si incaric Gordiano ii ma i numidi, pur in inferiorit numerica, erano molto pi preparati degli avversari nelle operazioni belliche e li sconfissero senza troppi problemi. Gordiano ii mor durante la battaglia, ma il suo corpo non fu mai ritrovato, e il padre si suicid quando venne a sapere della sua dipartita.
Fin cos uno dei regni pi brevi della storia dellimpero romano. Tuttavia i Gordiani avevano un altro asso nella manica, il giovane Marco Antonio Gordiano, divenuto imperatore dopo il nonno e lo zio e noto come Gordiano iii.
Gordiano i, secondo lHistoria Augusta, avrebbe avuto due figli, un maschio, il gi citato Gordiano ii, e una figlia, Mecia Faustina. Da Mecia sarebbe nato Gordiano iii che, sempre stando alla stessa fonte, sarebbe quindi figlio del marito di Mecia, Giunio Balbo120. Gli storici moderni mettono in discussione il nome della figlia di Gordiano i e ritengono che il suo nome fosse Antonia Gordiana, data lappartenenza dellimperatore alla gens Antonia. Anche nel caso di Gordiano iii quindi lalbero genealogico  alquanto discusso121, ma tutti sembrano concordare sul fatto che egli fosse nipote di Gordiano i, dal quale peraltro eredit il nome. Nel suo caso, quindi, lappartenenza alla gens Antonia doveva essere sicuramente legata alladozione.
Alla morte dei due Gordiani furono eletti imperatori Marco Clodio Pupieno Massimo e Decimo Celio Calvino Balbino, che furono quasi costretti dalla popolazione a prendere come Cesare il giovane Gordiano iii, allora poco pi che tredicenne. Gordiano iii doveva quindi rappresentare un modo per placare gli animi della popolazione e dei pretoriani che non erano affatto favorevoli alla nomina dei due Augusti, ma non funzion; alla fine del 238 d.C. le guardie pretoriane uccisero Pupieno e Balbino, che furono sostituiti a tutti gli effetti da Gordiano iii.
La giovane et del nuovo imperatore fin per renderlo un burattino nelle mani dei vari contendenti al potere, in particolare delle famiglie senatorie pi potenti di Roma. Tuttavia, colui che ebbe maggiore influenza sul ragazzo fu sicuramente Gaio Furio Sabino Aquila Timesiteo, eletto prefetto del pretorio nel 241 d.C. Il legame tra Timesiteo e limperatore fu consolidato poco dopo la nomina a prefetto del primo con un matrimonio tra Gordiano e la figlia di Timesiteo, Furia Sabina Tranquillina.
Gordiano iii, come suo nonno e suo zio, non pot godere a lungo del titolo di imperatore. Il suo regno dur circa sei anni, durante i quali il potere effettivo non fu quasi mai nelle sue mani. Timesiteo govern e combatt in sua vece, riportando peraltro discreti successi, ma nel 243 d.C. venne a morte e fu sostituito da Filippo lArabo. Questultimo, a differenza del predecessore, non si accontent di avere nelle sue mani il potere effettivo, ma pretese anche il titolo di imperatore e cos cominci a congiurare contro il ragazzo. Sarebbero stati i soldati, istigati da Filippo, a mettere in atto lomicidio, il 25 febbraio del 244 d.C.

40 Plutarco, Antonio, 4.
41 Svetonio, Augustus, lxxxi.
42 Ivi, lix.
43 Cassio Dione, Storia romana, liii, 30, 3.
44 Plinio il Vecchio, Naturalis historia, XXV, 9.
45 Valerio Massimo, Facta et dicta memorabilia, iii, 7, 8.
46 Ivi, vi, 8, 1.
47 Livio, Ab Urbe condita libri, periocha lxviii.
48 Plutarco, Pompeo, xxiv.
49 Valerio Massimo, Facta et dicta memorabilia, viii, 9, 2; vedi anche Plutarco, Mario, xliv. La storia della vittima che con le parole ammansisce gli aguzzini verr ripresa altre volte come ad esempio nel caso della morte dellimperatore Pertinace. Anche lui fu ucciso da uno degli uomini che era sopraggiunto e non aveva ascoltato il suo fantastico discorso.
50 Valerio Massimo, Facta et dicta memorabilia, ix, 2,2.
51 Plutarco, Antonio, i.
52 Cicerone, In Verrem, ii, 3, 213.
53 Vedi la Gens Cornelia.
54 Plinio il Vecchio, Naturalis historia, viii, 213.
55 G.E. Huzard, Mark Antony: Marriages vs careers, in The Classical Journal, 81 (1985-86), pp. 97-111.
56 Cicerone, Orationes Philippicae, ii, 3. Vedi anche iii, 17; xiii, 23 e Cicerone, Epistulae ad Atticum, xvi, 11, 1.
57 Vedi la Gens Claudia.
58 Plutarco, Antonio, iv.
59 Cesare, De bello gallico, vii, 81.
60 Cassio Dione, Storia romana, xlii, 21 e Plutarco, Antonio, viii.
61 Plutarco, Antonio, ix.
62 Velleio Patercolo, Historiae romanae, ii, 56.
63 Ivi, ii, 58.
64 Levento avviene a Narbona.
65 Plutarco, Antonio, xiii.
66 Velleio Patercolo, Historiae romanae, ii, 61.
67 Plutarco, Antonio, xix.
68 Antonio sicuramente incontr la regina dEgitto quando era a Roma ospite di Cesare, ma secondo alcuni i due si sarebbero visti una prima volta nel 55 a.C. quando Antonio era al seguito di Gabinio come comandante della cavalleria. Fu, infatti, Gabinio a consegnare il trono dEgitto a Tolomeo xii Aulete padre di Cleopatra.
69 Seneca, Epistulae morales ad Lucilium, x, 83, 25; Appiano, Guerre civili, v, 9, 36 e Plutarco, Antonio, xxv.
70 Vedi pi avanti.
71 In realt Ottavia era incinta della secondogenita, Antonia Minore, che nascer nel 36 a.C.
72 Plutarco, Antonio, xxxv.
73 Livio, Ab Urbe condita libri, periocha cxxx.
74 Vedi G. Marasco, Marco Antonio Nuovo Dioniso e il De ebrietate sua, in Latomus, 51 (1992), pp. 538-548.
75 Velleio Patercolo, Historiae romanae, ii, 85.
76 Plutarco, Antonio, lxxii-lxxviii.
77 Livio, Ab Urbe condita libri, perioca cx. Vedi anche Svetonio, Caesar, xviii.
78 Plutarco, Antonio, xv.
79 Cicerone, Orationes Philippicae, iii, 26.
80 Ivi, x, 10-11.
81 Plutarco, Bruto, xxvi.
82 Ivi, xxviii e Antonio, xxii. Vedi anche Livio, Ab Urbe condita libri, periocha cxxi.
83 Riferimento alla legge fatta passare da Lucio quando era tribuno della plebe nel 44 a.C. e che dava a Cesare la possibilit di eleggere met dei magistrati sottraendo questo diritto alle trib.
84 Cicerone, Orationes Philippicae, vii, 16-18.
85 Vedi ivi, iii, 31 e v, 20;
86 Cassio Dione, Storia romana, xlviii, 5-14, Velleio Patercolo, Historiae romanae, ii, 74 e Livio, Ab Urbe condita libri, periocha cxxvi.
87 J.M. Roddaz, Lucius Antonius, in Historia. Zeitschrift fr Alte Geschichte, 37 (1988), pp. 317-346; E. Gabba, Appiani Bellorum civilium, liber v, La Nuova Italia, Firenze, 1970, pp. 17-42.
88 Appiano, Guerre civili, v, 12-54 e 176-181.
89 Ivi, v, 54.
90 Ivi, v, 93; Cassio Dione, Storia romana, xliv, 53 e xlvi, 38 e 52.
91 T. Mommsen, Gesammelte Schriften, vol. viii, Hermann Dessau, Berlino, 1913, pp. 268-271.
92 Orientis graeci inscriptiones selectae, 377.
93 Strabone, Geografia, xiv, 1, 42.
94 Cassio Dione, Storia romana, xlviii, 54 e Svetonio, Augustus, lxiii.
95 Plutarco, Antonio, lxxxi. Vedi anche Svetonio, Augustus, xvii.
96 Plutarco, Antonio, liv e lxxxvii.
97 Cassio Dione, Storia romana, lv, 10.
98 Velleio Patercolo, Historiae romanae, ii, 100.
99 Flavio Giuseppe, Antichit giudaiche, xviii, 180; vedi anche Valerio Massimo, Facta et dicta memorabilia, iv, 3, 3.
100 Flavio Giuseppe, Antichit giudaiche, xviii, 181-182.
101 Cassio Dione, Storia romana, lviii, 11.
102 Flavio Giuseppe, Antichit giudaiche, xviii, 182.
103 Tacito, Annales, xi, 29.
104 Svetonio, Claudius, xxviii.
105 Tacito, Annales, liii.
106 Ivi, xiii, 2.
107 Ivi, xiii, 14 e 23.
108 Ivi, xiv, 65 e Cassio Dione, Storia romana, lxii, 14.
109 Cassio Dione, Storia romana, lxvi, 14.
110 Svetonio, Vespasianus, III.
111 Cassio Dione, Storia romana, lxvi, 14.
112 R. Syme, Antonius Saturninus, in The Journal of Roman Studies, 68 (1978), pp. 12-21.
113 Corpus inscriptionum Latinarum, ix, 5420.
114 Svetonio, Domitianus, vi.
115 Ivi, vii.
116 Historia Augusta, Gordiani tres, ii, 2.
117 M. Grant, Gli imperatori romani. Storia e segreti, Newton Compton, Roma, 2004, p. 189.
118 J.H. Oliver, The ancestry of Gordian i, in The American Journal of Philology, 89 (1968), pp. 345-347.
119 C. Settipani, Continuit gentilice et continuit familiale dans les familles snatoriales romaines  lpoque impriale, Oxford University Press, Oxford, 2000.
120 Historia Augusta, Gordiani tres, iv, 2.
121 NellHistoria Augusta, xxii, 4 si ricorda che alcuni autori ritenevano Gordiano iii figlio di Gordiano ii, ma questa versione  alquanto improbabile.

Gens Aurelia

Prosopografia
iii secolo a.C.
11. gaio aurelio cotta console nel 252 e nel 248 a.C.;
12. gaio aurelio cotta console nel 200 a.C.
ii secolo a.C.
13. gaio aurelio oreste console nel 157 a.C. Padre del n. 5;
14. lucio aurelio cotta console nel 144 a.C. Probabilmente padre del n. 6;
15. lucio aurelio oreste console nel 126 a.C. Figlio del n. 3 e padre del n. 8;
16. lucio aurelio cotta console nel 119 a.C. Probabilmente figlio del n. 4 e nonno di Gaio Giulio Cesare;
17. marco aurelio scauro console suffetto nel 108 a.C.;
18. lucio aurelio oreste console nel 103 a.C. Nipote del n. 3 e figlio del n. 5.
i secolo a.C.
19. gaio aurelio cotta console nel 75 a.C. Fratello dei nn. 10 e 11;
10. marco aurelio cotta console nel 74 a.C. Fratello dei nn. 9 e 11;
11. lucio aurelio cotta console nel 65 a.C. Fratello dei nn. 9 e 10.
i secolo d.C.
12. marco aurelio cotta massimo messalino console nel 20 d.C.;
13. lucio aurelio prisco console suffetto nel 67 d.C.;
14. quinto aurelio pactumeio frontone console suffetto nell80 d.C.;
15. tito aurelio fulvo console nell89 d.C. Padre del n. 16.
ii secolo d.C.
16. tito aurelio fulvo boionio arrio antonino (futuro imperatore Antonino Pio) console nel 120 d.C. Figlio del n. 15;
17. lucio aurelio gallo, console suffetto nel 146 d.C.;
18. marco aurelio cesare (futuro imperatore Marco Aurelio) console negli anni 140, 145, 161 d.C. Padre del n. 21; imperatore 161-180 d.C.;
19. lucio aurelio commodo vero console nel 154, 161e 167 d.C.; imperatore 161-169 d.C.;
20. lucio aurelio gallo console nel 174 d.C.;
21. lucio aurelio commodo (futuro imperatore Commodo) console nel 177, 179, 181, 183, 186, 190, 192 d.C. Figlio del n. 18;
22. lucio aurelio gallo console nel 198 d.C.
iii secolo d.C.
23. lucio aurelio commodo pompeiano console nel 209 d.C.
iv secolo d.C.
24. quinto (fabio) aurelio simmaco console nel 391 d.C.
v secolo d.C.
25. quinto aurelio simmaco console nel 446 d.C.
Un santo di lontane origini sabine
Il grammatico Festo122 dedica poche ma fondamentali righe a questa gens plebea; ci dice infatti che gli Aureli hanno origini sabine e che il loro nome deriva dal Sole, stella alla quale dedicarono un culto gentilizio in un terreno concesso dai romani al loro arrivo nellUrbe. In origine il nome della gens doveva essere Auselia, dal termine ausel, che in osco significa sole, e solo in un secondo momento, a causa del rotacismo, divenne Aurelia.
Come si pu notare dalla prosopografia, le famiglie pi importanti individuabili tra gli Aureli sono fondamentalmente quattro: i Cotta e gli Oreste per il periodo repubblicano, i Fulvi per lalto impero e i Simmachi per la fase tardo imperiale.
Questa gens, in realt, non influ particolarmente sulla politica di et repubblicana, fatta eccezione per sporadici personaggi, ma le cose cambiarono con lavvento dellimpero. Marco Aurelio era stato un imperatore tanto stimato e saggio che molti, dopo il suo imperio, vollero usare il suo nome pur non avendo alcun legame gentilizio con lui. Diversi imperatori scelsero di farsi chiamare Marco Aurelio semplicemente per aumentare il proprio prestigio e consolidare il loro potere; di conseguenza molti altri ereditarono, oltre allimpero, anche questo nome abusivo. Gli imperatori coinvolti in questo inganno furono Caracalla, Elagabalo, Severo Alessandro, Claudio il Gotico, Probo, Caro, Carino, Numeriano e addirittura Diocleziano.
Lingresso in politica degli Aureli fu alquanto tardivo. Il primo console che conosciamo risale al 252 a.C., ma  anche vero che ritroviamo suoi esponenti ai vertici dello Stato almeno fino al v secolo d.C. La famiglia pu vantare tra i suoi gentili anche un santo, e di quelli prestigiosi: il famoso santAmbrogio in realt si chiamava infatti Aurelio Ambrogio. Nato nel 339 d.C. a Treviri, in Gallia, apparteneva a una famiglia di tutto rispetto; suo padre era prefetto del pretorio nelle Gallie e i suoi fratelli, Marcellina e Satiro, furono come lui proclamati santi. Le capacit diplomatiche di Ambrogio spinsero i milanesi ad acclamarlo vescovo, ma a detta del suo principale biografo, Paolino di Milano, il futuro santo non aveva nessuna intenzione di accettare lincarico. Arriv persino a tentare di infangare la buona reputazione che si era fatto fino ad allora per convincere le persone della sua inadeguatezza:
Vista questa situazione, Ambrogio usc dalla chiesa e si fece preparare il tribunale: egli che fra breve sarebbe diventato vescovo, salendo a pi alta dignit, contro la sua consuetudine, fece mettere di proposito alcune persone alla tortura. Nonostante ci il popolo gridava: Il tuo peccato ricada sopra di noi. [] Allora Ambrogio, tornato a casa turbato, volle far professione di filosofia, egli che sarebbe stato filosofo e vero filosofo di Cristo e, disprezzate le glorie del mondo, avrebbe seguito le orme dei Pescatori, i quali avevano radunato popoli per Cristo non con la lusinga delle parole, ma con discorsi semplici e dottrina di vera fede. Mandati senza bisaccia e senza bastone, avevano convertito anche gli stessi filosofi. Ambrogio, distolto dal dedicarsi a tale attivit, apertamente fece entrare in casa sua alcune prostitute, in modo che il popolo, a tale vista, abbandonasse il suo proposito. Ma il popolo insisteva e gridava: Il tuo peccato ricada sopra di noi.
Insomma non cera verso di sottrarsi: alla fine, il popolo fece intervenire anche limperatore del tempo, che era Flavio Valentiniano, e cos Ambrogio dovette cedere
I tre fratelli
Il primo Aurelio che incontriamo nei fasti consolari  Gaio Aurelio Cotta, console nel 252 a.C., il quale prese parte alla prima guerra punica guadagnandosi anche un trionfo per loccupazione di Lipari. La vittoria per gli cost la rottura con un altro membro della sua gens, tale Publio Aurelio Pecuniola:
Il console Gaio Cotta, malgrado i vincoli di sangue, condann Publio Aurelio Pecuniola, da lui preposto allassedio di Lipari per il periodo di tempo in cui si era recato a Messina per prendere gli auspici, ad essere flagellato e a prestare servizio come soldato semplice, perch per sua colpa il bastione fortificato aveva preso fuoco e per poco laccampamento non era stato conquistato dal nemico123.
Cotta divenne console una seconda volta nel 248 a.C. e poi censore nel 241 a.C. Durante uno dei suoi consolati fu iniziata la costruzione di una via consolare che prese il suo nome, la via Aurelia Vetus, oggi via Aurelia antica. Larteria andava inizialmente da Roma a Cerveteri, partendo da porta San Pancrazio (lantica porta Aurelia), ma col tempo, secondo le fonti, il tracciato sarebbe stato prolungato per arrivare fino a Pisa, lungo le coste dellantica Etruria ormai sottomessa. In realt la questione  molto pi complicata di quanto sembri: in questa zona, infatti, esistevano ben tre strade i cui tracciati sono tuttora discussi e di cui si conosce solo la cronologia.
A parte la Aurelia Vetus, che non tutti ritengono giungesse fino a Pisa, vi erano anche la Aurelia Nova, datata dai pi al 119 a.C. e quindi ascrivibile al console Lucio Aurelio Cotta, e la Emilia Scauri, datata al 115 a.C. grazie a un cippo e riconducibile al console Marco Emilio Scauro. Alcuni studiosi credono che la Aurelia Nova fosse un prolungamento della Vetus fino alla citt di Cosa, altri invece sostengono che si trattasse di un percorso alternativo pi interno con la funzione di decomprimere il traffico sulla Vetus. Gli studiosi sembrano invece concordi in merito alla via Emilia, che avrebbe costituito il prolungamento in zona ligure della Aurelia Vetus, quindi da Pisa a Luni.
Nel 13 a.C., infine, Augusto fece partire da Luni un nuova strada, detta Giulia Augusta, che avrebbe collegato Roma alle regioni transalpine. Il tracciato di queste vie ricalca quasi pedissequamente quello dellattuale ss1 Aurelia.
Al di l di singoli individui nella gens Aurelia, non ci sono specifiche famiglie che si fanno largo nel panorama politico repubblicano; lunica eccezione  costituita da tre fratelli, tutti e tre consoli nonch parenti, cio zii, del ben pi famoso Gaio Giulio Cesare. Si tratta dei figli di Marco Aurelio Cotta e di sua moglie Rutilia, sorella del famoso console Publio Rutilio Rufo, nonch ex moglie di suo fratello Lucio.
Dei tre fratelli, il primo a meritarsi una menzione  Gaio Aurelio Cotta, divenuto console nel 75 a.C. Gaio fu fortemente legato allo zio Rufo, tanto da partecipare alla sua difesa in tribunale quando questi fu accusato di estorsione ai danni delle popolazioni della provincia dAsia. Rufo aveva combattuto al fianco di personaggi del calibro di Scipione Emiliano e Quinto Cecilio Metello Numidico, ed era poi diventato legato del governatore della provincia dAsia, Quinto Muzio Scevola. Durante il suo mandato, lui e il governatore avevano posto fine alle speculazioni messe in atto dai pubblicani a danno dei provinciali, esponendosi cos alla vendetta dei temibili e influenti esattori delle tasse; nel 92 a.C., infatti, si ritrov sul capo unaccusa di estorsione. Nonostante il sostegno del nipote, alla fine Rufo dovette ritirarsi in esilio a Smirne, una delle citt dove avrebbe commesso le famose estorsioni, e che lo accolse a braccia aperte.
Sappiamo da Cicerone124 che Gaio si candid come tribuno della plebe nel 91 a.C. ma senza riuscire a farsi eleggere. In quello stesso anno vinse le elezioni Marco Livio Druso, caro amico di Gaio e successivamente assassinato per il suo sostegno alle rivendicazioni degli italici. La loro amicizia cost parecchio al nostro Aurelio, che ovviamente condivideva le idee di Druso in merito allestensione della cittadinanza alle popolazioni italiche, considerate sovversive dallambiente senatorio. Gaio fin per essere accusato di aver sostenuto gli italici durante la guerra contro Roma e cos, per la legge Varia, voluta nel 90 a.C. dal tribuno Quinto Vario Ibrida, fu costretto allesilio. Cicerone125 ricorda che Gaio aveva commissionato alloratore Lucio Elio la stesura della sua autodifesa durante il processo in questione, ma a quanto pare il risultato fu tuttaltro che soddisfacente.
Il nostro Aurelio pot tornare in patria solo dopo il ritorno di Silla dallOriente e da quel momento in poi le cose per lui migliorarono sensibilmente. La sua amicizia con Silla gli permise tra laltro di intercedere in favore del nipote, Gaio Giulio Cesare, il quale si era rifiutato di ottemperare allordine del dittatore di divorziare da sua moglie, figlia di Cinna126. Senza Gaio, probabilmente il futuro dominatore di Roma sarebbe stato messo a morte.
Finalmente, nel 75 a.C. Gaio riusc a ottenere il consolato, che non fu per una passeggiata. Durante il suo mandato, infatti, si trov ad affrontare una situazione abbastanza critica, come dimostra il discorso da lui fatto alla popolazione e riportato da Sallustio127. Dovette fronteggiare la carestia e la rivolta di Sertorio in Spagna, ma a quanto pare riusc a cavarsela egregiamente.
Nonostante il legame con Silla, il suo spirito plebeo fu pi forte e lo spinse a tentare di ripristinare i diritti dei tribuni della plebe, limitati dallo stesso dittatore in precedenza. Ultimato il consolato, Gaio si ritrov a governare la Gallia dove, in seguito a qualche scaramuccia di poco conto, pretese il trionfo. Riusc a vincere le perplessit del Senato, che alla fine si convinse a concedergli ci che desiderava, ma la fortuna non era dello stesso parere e cos, il giorno prima dei festeggiamenti ufficiali, una vecchia ferita di guerra si riapr e lo condusse alla morte.
Non un uomo che abbia lasciato un grande segno, dunque, ma un personaggio comunque ragguardevole. A detta di Cicerone Gaio fu un grande oratore, il migliore dei propri tempi insieme a Publio Sulpicio Rufo, altro grande sostenitore della causa degli italici, e a suo fratello Lucio.
Il secondo dei fratelli Cotta a ricoprire il consolato, ma che in realt doveva essere il primogenito poich portava il praenomen del padre,  Marco Aurelio Cotta. Questi divenne console con il famoso Lucio Licinio Lucullo nel 74 a.C., proprio quando in Oriente Mitridate vi, re del Ponto, ricominciava a dare problemi. A Marco tocc la difesa della Bitinia e allo scopo fu dotato di uningente flotta. Con la fortuna tipica dei Cotta, Mitridate decise di marciare proprio contro la Bitinia e Marco fu costretto a ritirarsi a Calcedonia. Nei pressi della citt si combatt una battaglia dalla quale Marco usc ben pi che sconfitto: lintera flotta a lui affidata per difendere la Propontide fin completamente distrutta. Plutarco128  molto duro nei confronti di questo personaggio, asserendo che a condurlo alla sconfitta fu il suo desiderio di ottenere un trionfo senza doverlo condividere con il collega Lucullo. Marco avrebbe affrettato lo scontro con il re del Ponto senza attendere rinforzi, portando alla morte ben quattromila soldati in una battaglia che si sarebbe potuta tranquillamente evitare. Successivamente Cotta fu costretto a restare in Oriente per supportare lazione di Lucullo contro Mitridate e fu proprio in questo periodo che ottenne lunico successo per cui fu acclamato dal popolo di Roma, vale a dire la presa di Eraclea. La citt comunque gli diede del filo da torcere, al punto che dovette impiegare allincirca due anni di assedio per farla capitolare (71 a.C.).
Una volta tornato a Roma, Marco fu coinvolto in due processi: uno lo vedeva in veste di accusatore e laltro di imputato. Il primo processo  quello intentato da lui stesso contro il suo questore Publio Oppio, che accusava di averlo sabotato durante le operazioni in Bitinia. Fu Cicerone a difendere il questore ma non sappiamo come si concluse il procedimento. Il secondo processo a cui partecip Marco, nel 67 a.C., fu decisivo per la sua carriera: accusato da Gaio Papirio Carbone129 di peculato, fu condannato e costretto a lasciare il Senato.
La nemesi di Carbone non tard ad arrivare e venne nelle vesti del figlio di Marco, un altro Marco Aurelio Cotta. Il ragazzo, proprio nel giorno in cui indoss la toga virile, cit in tribunale Carbone accusandolo dello stesso reato attribuito al padre, per giunta perpetrato nella stessa provincia, cio in Bitinia, e ovviamente punito come nel caso precedente: Marco Cotta, nel giorno stesso in cui indoss la toga virile, non appena scese dal Campidoglio, cit in giudizio Gneo Carbone, che aveva fatto condannare suo padre e, accusandolo fino alla condanna, lo mand in rovina130.
Lultimo dei tre fratelli, ma solo per et e non per importanza, fu Lucio Aurelio Cotta. Lucio era molto stimato come oratore, come suo fratello Gaio, e il primo processo in cui lo vediamo coinvolto lo vede fronteggiare nientemeno che suo nipote Giulio Cesare. Questi, infatti, nel 77/76 a.C. accus di concussione Gneo Cornelio Dolabella e la difesa di questultimo fu sostenuta proprio dallo zio Lucio il quale, in associazione con un altro celebre oratore, Quinto Ortensio Ortalo131, ottenne lassoluzione per limputato.
Lucio viene ricordato anche per una legge promulgata nel 70 a.C. quando era pretore, la lex Aurelia iudiciaria, che inflisse un altro duro colpo alla politica sillana. Il dittatore aveva rimesso nuovamente il giudizio per il reato di concussione nelle mani di una giuria di soli senatori, escludendo i cavalieri. Ci serviva ad agevolare i governatori provinciali, tutti senatori e spesso accusati di questo reato. Con la sua legge, Lucio riequilibr la situazione creando una giuria mista composta per un terzo da senatori, un terzo da cavalieri e un terzo da erari.
Il consolato di Lucio fu particolarmente movimentato. Fu infatti ordita una congiura ai suoi danni tanto che il Senato dovette fornire a lui e al suo collega una guardia del corpo a spese pubbliche. Lucio si era candidato al consolato nel 66 a.C. insieme ad altri tre uomini: Lucio Manlio Torquato, Publio Cornelio Silla (nipote del dittatore) e Publio Autronio Peto. Questi ultimi due erano seguaci di Catilina e vinsero le elezioni. Ma Lucio e Torquato li accusarono di brogli elettorali e ottennero per loro una condanna. A questo punto presero anche il loro posto come consoli e questo provoc lira degli sconfitti. Dione132 sostiene che Silla e Peto tramarono contro Lucio e Torquato ma che furono scoperti. A ogni modo, per evitare ulteriori problemi fu assegnata una scorta ai due nuovi consoli.
Allepoca della congiura di Catilina, Lucio sostenne Cicerone, al punto di proporre un elogio in suo onore una volta che il pericolo fu sventato. Il suo affetto nei confronti delloratore fu evidente anche in una seconda occasione: Lucio fu infatti uno dei primi a chiedere il suo rientro dallesilio.
Nonostante quello scontro in tribunale risalente al 77 a.C., quando scoppi la guerra civile tra Cesare e Pompeo, Lucio non pot che patteggiare per suo nipote e, al termine del conflitto, suo malgrado fu coinvolto in un episodio che molto probabilmente segn la fine del dittatore. Come  noto, uno dei motivi per i quali Cesare fu assassinato fu sicuramente laccusa mossagli da molti di voler diventare re e una voce insistente si diffuse in merito: Si diceva persino che nella prossima seduta del Senato il quindecemviro Lucio Cotta avrebbe proposto di conferire a Cesare il titolo di re, perch era scritto nelle profezie che i parti non potevano essere vinti che da un re133.
Dopo la morte di Cesare, Lucio cominci a evitare sempre di pi le sedute in Senato, per scomparire dalla scena politica e ritirarsi progressivamente a vita privata.
Degna di nota fu sicuramente la sorellastra dei fratelli Cotta, Aurelia Cotta, madre di Giulio Cesare. Aurelia aveva in comune con i fratelli Cotta la madre essendo anchessa figlia di Rutilia; il padre invece era Lucio Aurelio Cotta, console nel 119 a.C. nonch fratello di Marco Aurelio Cotta, padre dei suddetti fratelli. Rutilia aveva sposato in prime nozze Lucio e successivamente Marco, quindi Aurelia era pi grande dei suoi fratellastri.
Aurelia spos il pretore Gaio Giulio Cesare dal quale ebbe tre figli: due femmine, Giulia Maggiore e Minore, e un maschio, il futuro dittatore. Non abbiamo molte informazioni relative a questa donna, ma da quel poco che  stato tramandato appare chiaro che siamo di fronte a una matrona romana di tutto rispetto, forte e di specchiata virt quanto altre ben pi note, come ad esempio Cornelia, la madre dei Gracchi.
Aurelia fu il punto di riferimento principale del giovane Cesare, essendo il marito morto quando il ragazzo aveva solo sedici anni. Oltre che a sostituire il coniuge nelleducazione del figlio, Aurelia dovette subentrare anche alla nuora, morta di parto, nelleducazione della nipote Giulia; fu pertanto, nonostante le tante mogli di Cesare, lunica vera padrona della casa del dittatore. In quanto tale, si ritrov nel 62 a.C. a organizzare la festa in onore della Bona Dea in casa del figlio, allora gi pontefice massimo. La povera Aurelia, proprio in occasione di quella serata di festa, si ritrov a essere testimone oculare di uno dei pi famosi scandali della storia di Roma. Durante i festeggiamenti, rigorosamente riservati alle sole donne  motivo per cui Cesare e gli altri uomini di casa erano stati mandati a dormire altrove , tra le convenute fu scoperto un uomo. Si trattava del futuro tribuno della plebe Publio Clodio Pulcro il quale, secondo le fonti, era entrato in casa di Cesare perch aveva una relazione con sua moglie, Pompeia. Aurelia e una delle sue figlie videro in faccia lintruso e riferirono il tutto alle autorit competenti, che avviarono unindagine per il sacrilegio commesso: [Cesare] si rifiut di testimoniare contro Publio Clodio, accusato di avergli sedotto la moglie Pompeia e, nello stesso tempo, di sacrilegio, bench sua madre Aurelia e sua sorella Giulia avessero riferito con esattezza ogni cosa ai giudici134.
Aurelia mor nel 54 a.C., allet di sessantasei anni, dieci anni prima di suo figlio, e il suo elogio funebre fu pronunciato dal suo famosissimo bisnipote, il futuro imperatore Augusto, allora appena novenne, in una delle sue prime apparizioni pubbliche.
Unaltra donna della gens Aurelia di cui abbiamo qualche informazione, e pressoch coetanea di Aurelia Cotta,  Aurelia Orestilla, seconda moglie del congiurato Lucio Sergio Catilina. Se Aurelia Cotta fu al di sopra di ogni sospetto lo stesso non si pu dire per Orestilla, accusata di un delitto molto grave: istigazione allomicidio. Secondo alcuni pettegolezzi del tempo, Orestilla avrebbe spinto Catilina a uccidere il figlio avuto con la sua prima moglie, Gratiana. La donna avrebbe fatto capire al suo futuro sposo che lunico ostacolo al loro matrimonio era proprio il ragazzo e cos Catilina, senza pensarci due volte, se ne sarebbe sbarazzato.
In realt  molto probabile che si trattasse di una delle tante accuse mosse a Catilina per incrementare la sua gi pessima fama, e in questo caso vi si trov coinvolta anche sua moglie. Orestilla, infatti, era come Catilina al suo secondo matrimonio e aveva avuto anche lei una figlia dal suo primo marito, quindi non si capisce perch mai avrebbe dovuto pretendere un gesto simile dal futuro sposo. Certo  che almeno Sallustio non ha una buona opinione di questa donna: Infine [Catilina] si innamor di Aurelia Orestilla, della quale nessun galantuomo trov mai da lodare nulla fuor che la bellezza135. Orestilla e sua figlia rimasero a Roma quando Catilina fugg per combattere lesercito romano. Le due donne sopravvissero alla morte del congiurato e furono da lui stesso affidate alle cure dellamico Quinto Catulo.
Una stirpe imperiale
Facciamo ora un bel salto temporale a passiamo a Tito Aurelio Fulvo Boionio Arrio Antonino, meglio noto come Antonino Pio, figlio di Tito Aurelio Fulvo, console nell89 d.C.
Limperatore nacque il 19 settembre dell86 a Lanuvio nel Lazio, sebbene discendesse da una famiglia che da parte del padre era originaria di Nimes. Crebbe presso Lorium, nei dintorni di Roma, dove in seguito fece costruire un palazzo, e fu allevato dai nonni, poich il padre era morto anzitempo. Mai tante lodi furono riportate a favore di un imperatore dalle fonti come nel caso del nostro Antonino, il quale nella Historia Augusta viene presentato cos: Nellaspetto straordinariamente bello, nel talento naturalmente brillante, dal temperamento gentile, aristocratico nel volto e nella tranquillit della natura, un oratore singolarmente dotato e uno studioso raffinato, molto parsimonioso, un coscienzioso proprietario terriero, gentile, generoso, consapevole dei diritti altrui136. La sua proverbiale bont e la sua indole pacifica lo portarono a essere spesso paragonato al re Numa Pompilio.
Il signum Pio gli fu attribuito dal Senato dopo la sua ascesa al trono e non si sa esattamente per quale ragione, ma esistono almeno tre correnti di pensiero: una secondo la quale il soprannome sarebbe dovuto allaffetto dimostrato nei confronti del suocero che era solito accompagnare in Senato quando questi, ormai vecchio e malato, non era pi autosufficiente (nella Historia Augusta questa sua devozione viene indicata anche come una delle motivazioni per la quale fu scelto da Adriano come suo successore); secondo altri, invece, era stato definito Pio per aver graziato alcuni uomini condannati a morte dallimperatore Adriano, attribuendo oltretutto la grazia al suo predecessore. Infine, la versione pi diffusa vede Antonino fregiarsi del soprannome di Pio per aver dimostrato affetto e sostegno allimperatore Adriano anche dopo la sua morte, quando tutto il popolo romano era contro di lui. Quel che  certo  che questo soprannome sintetizzava lindole del quindicesimo imperatore romano.
Limperatore Adriano non aveva eredi diretti ed ebbe pertanto diversi problemi con la successione; e Antonino, in realt, non fu la sua prima scelta. Il primo successore designato dal sovrano fu, infatti, Lucio Ceionio Commodo, console nel 136 d.C. e chiamato da quel momento in poi Lucio Elio Cesare. Questi per mor e solo allora subentr Antonino; ecco come, secondo Cassio Dione, Adriano lo present al Senato:
Vi ho trovato un imperatore che vi consegno: nobile, affabile, mansueto e prudente, il quale non pu fare nulla avventatamente a causa della sua giovinezza e nulla negligentemente a causa della veneranda et: un uomo cresciuto nel rispetto delle leggi e che ha rivestito le magistrature secondo il costume degli antenati, tanto da conoscere tutto quello che concerne il potere imperiale e da saperne disporre opportunamente. Mi riferisco al qui presente Aurelio Antonino137.
Antonino aveva sposato Annia Galeria Faustina Maggiore, dalla quale aveva avuto quattro figli: due maschi, Marco Aurelio Fulvo Antonino e Marco Galerio Aurelio Antonino, e due femmine, Aurelia Fadilla e Annia Galeria Faustina Minore. Di tutta questa prole, al momento dellascesa al soglio imperiale non era rimasta che Faustina Minore. Pertanto non aveva pi eredi maschi e Adriano, rinunciando ad adottarlo nella propria gens, scelse per lui due successori da adottare e quindi da far entrare nella gens Aurelia. Si trattava di Lucio Ceionio Commodo Vero, divenuto poi Lucio Aurelio Commodo Vero (meglio noto come Lucio Vero), figlio di quel Lucio Elio Cesare scelto da Adriano come suo primo successore, e di Marco Annio Vero, divenuto poi Marco Aurelio Antonino.
Antonino fu molto apprezzato dal Senato per il semplice fatto che, a differenza di molti suoi predecessori, govern coinvolgendo i padri coscritti, cio tentando di trovare un accordo con i senatori e condividendo parte del potere imperiale con loro.
La scelta di Antonino di restare fedele allimperatore che lo aveva prescelto e di collaborare con il Senato, e la sua immagine di uomo devoto al suocero e alla famiglia in generale potrebbero farlo apparire ai nostri occhi un debole, incapace, per la sua eccessiva bont, di sopravvivere agli intrighi di corte. Nulla sarebbe pi lontano dal vero. Antonino dimostr come, senza eccessi n violenza, si potesse regnare serenamente un impero e farlo prosperare. Le fonti ricordano che con lui non ci fu pi bisogno di spie e che grazie alle sue sagge scelte le province e Roma prosperarono come mai in precedenza. Tuttavia, quando giunse il momento, seppe riconoscere il nemico e lo tratt come tale. Non scaten una caccia alle streghe n lunghe serie di processi per alto tradimento, ma colp solo chi realmente si mostr ingrato, nel caso specifico un solo uomo, Attilio Tiziano, che aveva cospirato contro di lui e che peraltro non fu ucciso ma solo esiliato.
Con Antonino lesercito romano si trov coinvolto in diversi conflitti, alcuni dei quali seguiti a una rivolta, come nel caso dellEgitto. Gli interventi pi importanti si verificarono per in Britannia, tra il 141 e il 143, e in Germania lungo il limes. In ambedue i casi lesercito imperiale estese i confini dellimpero annettendo nuovi territori. In Britannia fu anche costruito un nuovo muro pi avanzato rispetto a quello adrianeo. Il vallo di Antonino fu eretto in tempi record, se si considera lostilit del territorio sia in termini di abitanti che climatici; i lavori, infatti, durarono solo due anni, dal 142 al 144 d.C. Ubicato a centosessanta chilometri pi a nord rispetto a quello adrianeo, il nuovo sbarramento non raggiunse n le dimensioni n lefficienza di questultimo. La conquista di Antonino si rivel alquanto effimera: dopo solo un ventennio circa, lesercito romano dovette ripiegare e tornare a ripararsi dietro al vallo di Adriano, dove legionari e ausiliari continuarono a fronteggiare gli assalti e le incursioni di scoti e pitti, le irriducibili popolazioni stanziate al di l del muro.
Antonino mor a settantacinque anni, il 7 marzo del 161 d.C. a Lorium, la citt dove era cresciuto. NellHistoria Augusta138 si racconta che cominci a sentirsi male la notte prima di morire, quando fu assalito da una forte febbre. Il giorno seguente, avendo capito che il momento fatale era giunto, mand a chiamare i suoi cari e, dopo essersi fatto portare una statua della Fortuna che aveva sempre in camera con s, pronunci le sue ultime parole, si volt come per mettersi a dormire e spir serenamente nel suo letto.
Antonino aveva rispettato le volont di Adriano e cos alla sua morte divennero imperatori, esattamente come pianificato, Marco Aurelio e Lucio Vero. Antonino apport sola una modifica al testamento del suo predecessore. Questultimo, infatti, aveva stabilito che Marco Aurelio sposasse la sorella di Lucio Vero, Ceionia Fabia, mentre Lucio avrebbe sposato Faustina Minore, figlia di Antonino Pio. Invece, fu Marco Aurelio a sposare Faustina e Ceionia Fabia perse la sua possibilit di diventare imperatrice.
Pur non essendo degli Aureli di nascita, Marco Aurelio e Lucio Vero lo divennero a tutti gli effetti al momento delladozione e quindi vanno considerati allinterno di questa gens. Marco Aurelio appare sempre in una posizione leggermente pi elevata rispetto al fratello adottivo, come dimostra il fatto che si divisero tutti i poteri in egual misura ma quando si dovette scegliere il nuovo pontefice massimo, che doveva essere uno solo, il ruolo spett a Marco Aurelio. Era questultimo a tenere le redini dellimpero, la mente di quella immensa macchina, a dispetto della sua salute precaria. Lucio Vero ci viene presentato come un giovane forte e sano, al contrario di suo padre, che come abbiamo visto non pot diventare imperatore proprio a causa di una malattia che lo uccise in giovane et. Marco Aurelio, invece:
Era di salute cos cagionevole che inizialmente non solo non sopportava il freddo, ma si ritirava ancor prima di parlare ai soldati gi riuniti per suo ordine, e mangiava pochissimo cibo, sempre di notte. Infatti, non assumeva mai cibo durante il giorno, tranne quella medicina chiamata teriaca. Prendeva il farmaco non tanto perch avesse timore di qualcosa, quanto perch era debole di stomaco e di petto: si dice che grazie ad esso egli potesse combattere sia questo sia gli altri malanni139.
Stando a quanto dice Cassio Dione140 Marco Aurelio non era sempre stato cos; inizialmente anche lui godeva di buona salute ma lo studio assiduo lo aveva portato a sviluppare un fisico debole con tutte le conseguenze del caso. Nonostante questa condizione fisica, per, visse comunque ben undici anni in pi rispetto al suo collega.
Marco Aurelio era il favorito di Antonino Pio e non a caso: i due avevano in comune moltissime caratteristiche, tanto che se Antonino fu definito Pio, Marco Aurelio fu detto il saggio. Particolarmente dedito allo studio, Marco Aurelio scrisse moltissimo e di questa sua attivit ci sono rimasti i cosiddetti Pensieri, una raccolta in dodici libri di alcune riflessioni scritte dallimperatore negli ultimi anni della sua vita. Legato allo stoicismo, nonostante la sua passione per lo studio Marco Aurelio fu costretto a passare gran parte della vita sul fronte a combattere i barbari che ormai premevano incessantemente sul limes: Per un lungo periodo, cio per quasi tutto il resto della vita, combatt contro i barbari stanziati sulla riva dellIstro, gli iagizi e i marcomanni, alternativamente contro gli uni e contro gli altri, tenendo la Pannonia come base operativa141.
Il motivo per cui fu definito limperatore filosofo non  legato solo ed esclusivamente ai suoi studi, ma anche al modo in cui govern. Avendo passato molto tempo accanto ad Antonino Pio, aveva avuto modo di imparare come funzionava la macchina dellimpero e come gestirla per farla prosperare e cos decise, sullesempio del padre adottivo, di essere riflessivo e mai eccessivo, soprattutto quando si trattava di infliggere delle punizioni. Fu clemente con tutti e lo sarebbe stato molto probabilmente anche con il ribelle Gaio Avidio Cassio se solo il destino glielo avesse permesso. Nel 175 d.C., infatti, Cassio si autoproclam imperatore ma solo per via di un errore, o meglio su istigazione della moglie di Marco Aurelio, Faustina Minore: Cassio commise un grave errore, essendo stato ingannato da Faustina: infatti, costei (che era figlia di Antonino Pio) vedendo che il marito era malato e aspettandosi che sarebbe morto di l a poco, temette che, una volta che il potere fosse passato a qualcun altro, data la giovinezza e lingenuit di Commodo, si sarebbe trovata a vivere esclusa dallimpero; perci persuase segretamente Cassio a disporre le cose in modo tale che se a Marco Aurelio fosse accaduto qualcosa, egli ottenesse sia lei che il potere imperiale142.
A danneggiare i due fu sostanzialmente la fretta; infatti Marco Aurelio fu prematuramente dichiarato morto e cos Cassio si autoproclam imperatore. Quando emerse che Marco Aurelio era solo malato e per di pi in via di guarigione, per Cassio era ormai troppo tardi per interrompere il suo piano. Marco Aurelio per non dovette mai fronteggiare lusurpatore perch questi fu ucciso da alcuni soldati fedeli a lui e cos la storia si chiuse senza un eccessivo spargimento di sangue. Allazione di Cassio non seguirono rappresaglie nei confronti dei suoi alleati, neanche Faustina fu mai condannata per aver cospirato contro il marito, anche perch mor quello stesso anno: In quello stesso periodo mor anche Faustina, o per la gotta da cui era affetta o, diversamente, per evitare di essere denunciata per i patti che aveva stretto con Cassio143.
La magnanimit di Marco Aurelio era fondamentalmente dovuta alla sua ferma e convinta opposizione alla violenza in generale e, l dove poteva, tentava di porvi dei limiti. Il colmo si raggiunse quando decise di dare ai gladiatori delle armi spuntate. Dedicava moltissimo tempo allamministrazione della giustizia e faceva molta attenzione a vagliare ogni singolo caso per evitare errori e punire un innocente. Lunico vero sbaglio che commise nella gestione dellimpero fu di lasciare il trono a suo figlio Commodo, uno dei pochi superstiti di una schiera di ben tredici figli, che si rivel molto diverso da suo padre. Marco Aurelio mor il 17 marzo del 180 d.C. a Vindobona (attuale Vienna), secondo alcuni a causa della peste.
Prima di passare ai figli di Marco Aurelio  opportuno dire qualcosa sul suo collega, Lucio Vero, altro Aurelio adottivo.
Lucio Vero nacque il 15 dicembre del 130 d.C. da Lucio Ceionio Commodo, membro di una famiglia di rango consolare originaria dellEtruria, e da Avidia Plauzia, originaria di Faventia (attuale Faenza). NellHistoria Augusta144, dove troviamo lunica vera biografia di Lucio Vero, questi viene inizialmente descritto come un personaggio n buono n malvagio ma sicuramente non dotato di una morale solida come quella di Marco Aurelio; dai princpi molto labili, licenzioso, ingenuo e incapace di tenere una cosa per s, Lucio Vero non avrebbe mai potuto reggere il confronto con il suo saggio collega.
Cambi ben tre gentes di appartenenza; originario della gens Ceionia, pass, infatti, nella Elia quando suo padre fu adottato dallimperatore Adriano per poi finire nella Aurelia quando fu adottato da Antonino Pio. Come Aurelio ascese al soglio imperiale e quindi va trattato nellambito di questa gens.
Secondo la volont di Adriano, avrebbe dovuto sposare Faustina Minore, la figlia di Antonino Pio, ma alla fine questa spos Marco Aurelio e a lui fu data in sposa una delle figlie nate dalla coppia, Annia Aurelia Galeria Lucilla. Mentre Marco Aurelio continuava a collezionare cariche pubbliche, Lucio Vero per molto tempo rimase un privato cittadino e solo pi tardi cominci la sua carriera politica rimanendo sempre allombra del fratello adottivo.
Dalla descrizione riportata nellHistoria Augusta sembra che Lucio Vero e Marco Aurelio fossero agli antipodi: l dove Marco Aurelio mangiava poco e solo di notte, Lucio Vero eccedeva sia col cibo che col vino (si parla di una sua cena costata ben sei milioni di sesterzi); mentre Marco Aurelio si dedicava allo studio e allamministrazione dellimpero, Lucio Vero era completamente preso dai suoi vizi, quali il gioco dei dadi e le corse dei cavalli (era un accanito sostenitore dei Verdi).
Lucio Vero viene quindi presentato come lalter ego di Marco Aurelio e fin qui non ci sono problemi, se non fosse che nellHistoria Augusta a un certo punto il tenore della narrazione cambia e Lucio Vero diventa un vero e proprio mostro. Per esempio, viene descritto mentre se ne va in giro di notte a combinarne di tutti i colori sotto mentite spoglie, ma  proprio la narrazione di questi aneddoti a farci sorgere qualche dubbio sulla storicit della nostra fonte. Le malefatte del nostro Lucio Vero somigliano, infatti, un po troppo a quelle attribuite a Caligola e Nerone.
Sempre nella stessa fonte145 si parla anche di discussioni nate tra i due fratelli proprio a causa della loro diversit di carattere. Pare che Marco Aurelio avesse mandato un senatore, un tale Libo, a controllare Lucio Vero mentre questi era in Siria. Improvvisamente per Libo mor mostrando, si disse, chiari segni di avvelenamento nelle ultime ore di vita. Ovviamente lomicidio fu attribuito a Lucio Vero ma si tratta per lo pi di illazioni.
Nonostante tutti questi vizi Lucio Vero fu un grande comandante e lo dimostr durante la campagna contro i parti, durata circa quattro anni (dal 162 al 166 d.C.), e affidatagli dal fratello. Una delle sue qualit pi apprezzate fu quella di saper delegare a persone pi competenti determinati compiti. Tra coloro che lo affiancarono e che diedero un notevole contributo alla campagna militare vi fu quel Gaio Avidio Cassio che abbiamo citato in precedenza.
Conclusa la guerra sul fronte partico Lucio Vero pass due anni a Roma, dove continu a coltivare i suoi vizi, per poi recarsi con Marco Aurelio sul limes renano. Lucio Vero non ebbe per il tempo di dare un contributo significativo alla guerra contro le popolazioni germaniche perch nel 169 d.C. mor ad Altinum a causa di un infarto o, come dicono i pi maligni, per avvelenamento.
Questo avvelenamento, a seconda dei pettegolezzi, si potrebbe attribuire a tre diversi assassini. Uno di essi potrebbe essere Faustina Minore. Alcuni, infatti, sostengono che Lucio Vero, un tempo promesso sposo di Faustina, avesse abusato di lei e cos questa avrebbe spruzzato del veleno sulle ostriche che stava mangiando, provocando la sua morte. Unaltra versione vede Lucio Vero cadere per opera della moglie, divenuta gelosa delleccessivo potere che il marito stava cominciando a concedere a sua sorella Ceionia Fabia. Lultima versione, quella meno credibile secondo le fonti, vedrebbe Marco Aurelio responsabile dellavvelenamento. Lucio Vero creava troppi problemi e i suoi vizi erano ormai fuori controllo, ed ecco perch limperatore gli avrebbe offerto un pezzo di carne di scrofa tagliato con un coltello avvelenato chiudendo cos la questione una volta per sempre.
P. Lambrechts146 ha tentato per di riabilitare Lucio Vero mettendo in evidenza sia la scarsa storicit dellHistoria Augusta come fonte147, evidenziata gi in precedenza, sia le varie contraddizioni che la caratterizzano. Un esempio lampante di ci  dato dal fatto che inizialmente, in questo testo Lucio Vero viene descritto come n buono n cattivo, mentre in seguito appare come un vizioso crudele. Lambrechts rileva come nessunaltra fonte descriva cos negativamente Lucio Vero allinfuori dellHistoria Augusta. Lo stesso Marco Aurelio, nei suoi Pensieri, scritti per una lettura privata e non per la pubblicazione, parla cos del suo collega e fratello: Li ringrazio [gli di] inoltre per aver avuto un fratello che col suo carattere mi ha spinto ad aver cura della mia persona fisica e col suo amore e il suo rispetto mi ha giovato anche nello spirito148. Tuttavia, in quello stesso passo Marco Aurelio ringrazia la Fortuna anche per avergli dato dei figli sani e capaci, il che non  un punto a favore della capacit di giudizio dellimperatore. Inoltre, come abbiamo visto, le crudelt di Lucio Vero sembrano riciclate, ecco perch si tende a credere che non fu sicuramente un uomo integerrimo come Marco Aurelio, e che ebbe probabilmente molte donne, tra cui la sua amante pi famosa, Pantea, originaria di Smirne, e diversi vizi; ma tutto ci non fa di lui un mostro.
La moglie di Lucio Vero, Annia Aurelia Galeria Lucilla, non fu da meno del marito, anzi quasi sicuramente fu molto peggio. Figlia di Marco Aurelio, Lucilla nacque nel 148 d.C. e fu utilizzata da suo padre per consolidare il legame con Lucio Vero al quale, come abbiamo visto, era stata sottratta la promessa sposa. A sedici anni, nel 164 d.C. si ritrov a essere la moglie di uno dei due imperatori di Roma e quindi ad assumere a sua volta il titolo di imperatrice insieme a sua madre. Di lei per tutto il periodo in cui fu sposata con Lucio Vero sappiamo ben poco, a parte un accenno nellHistoria Augusta in cui viene accusata di aver provocato la morte del marito per gelosia nei confronti della sorella di lui, Ceionia Fabia. Ma  alquanto improbabile che Lucilla avesse potuto architettare lomicidio del marito, fosse anche per gelosia, perch sapeva benissimo che Lucio Vero era il solo che le permetteva di ricoprire il ruolo di imperatrice.
Alla morte del coniuge, avvenuta nel 169 d.C., Lucilla torn a disposizione del padre che se ne valse per una nuova alleanza. Fu quindi data in sposa a Tiberio Claudio Pompeiano, originario di Antiochia e uomo di fiducia di Marco Aurelio. Per quanto prestigioso fosse questo secondo matrimonio, Lucilla si sentiva frustrata per essere stata, di fatto, retrocessa, avendo perso il ruolo di imperatrice. La situazione peggior quando il fratello Commodo sal al potere e lei fu costretta a sopportare come prima donna di Roma non pi sua madre ma la moglie di Commodo, Bruzia Crispina. Cos Lucilla cominci a cospirare contro il suo stesso fratello, con la speranza di riprendere il potere. Tutto questo avvenne nel 182 d.C. e al fianco di Lucilla vediamo diversi personaggi, come lex console Marco Numidio Quadrato con sua sorella, Numidia Cornificia Faustina, ma soprattutto il nipote di Tiberio Claudio Pompeiano, Tiberio Claudio Pompeiano Quinziano. Questultimo, probabilmente divenuto amante di Lucilla, avrebbe dovuto fungere da sicario ma non si rivel allaltezza. Infatti, nel giorno previsto per lazione, Quinziano si nascose presso lingresso dellanfiteatro dove si stava recando Commodo e quando lo vide arrivare cominci a urlare e gli si avvent contro. Le guardie dellimperatore, messe in allarme dalle sue grida, riuscirono ad intervenire in tempo e a fermarlo. Non ci volle molto perch venisse alla luce il ruolo svolto da Lucilla nella congiura, che le valse lesilio a Capri dove, una volta calmatesi le acque, il fratello mand un sicario a ucciderla. Con lei sullisola morirono anche sua figlia Lucilla Plauzia, coinvolta nella congiura in quanto promessa sposa di Quinziano, e Numidia Cornificia Faustina.
Lucilla ebbe quattro figli, tre con Lucio Vero, due femmine e un maschio, e uno con Pompeiano, che fu poi ucciso da Caracalla.
Ultimo Aurelio di rango imperiale  Commodo. Nato nel 161 d.C. a Lanuvium, era lundicesimo dei tredici figli di Marco Aurelio e Faustina Minore. Era anche il sesto di ben sette maschi e quindi, in termini di probabilit, la sua ascesa al soglio imperiale era da ritenersi quasi impossibile. Eppure tutti i suoi fratelli maschi morirono e anche molte delle sorelle, tanto che alla morte di Marco Aurelio erano sopravvissuti solo in cinque, e cos Commodo si ritrov ad essere imperatore.
Era stato chiamato al fianco del padre nel 175 d.C., quando Avidio Cassio tent di prendere il potere. In quellanno il ragazzo assunse la toga virile e da allora fu praticamente sempre con Marco Aurelio. Nel 176 d.C., a soli quindici anni, ottenne il titolo di imperatore, mentre lanno successivo fu proclamato augusto e gli fu assegnato il consolato, divenendo il console pi giovane della storia di Roma.
Pur essendo diventato il collega di suo padre, in realt le redini dellimpero rimanevano ben salde nelle mani di Marco Aurelio, il che spiegherebbe perch il ragazzo non diede segni di eccessi fino alla sua morte. Dal 180 d.C. in poi le cose cambiarono radicalmente, anche se, a detta delle fonti, Commodo aveva pi volte mostrato segni di squilibrio gi in giovane et. Secondo Cassio Dione la morte di Marco Aurelio sarebbe stata provocata ad hoc per velocizzare lascesa al soglio imperiale di Commodo: In realt [Marco Aurelio] mor il 17 marzo, seppur non a causa della malattia da cui ancora allora era afflitto, bens a causa dei medici che, come ho chiaramente sentito, volevano favorire lascesa di Commodo149.
Se veramente il ragazzo si fosse dimostrato indegno del potere non si capisce come mai Marco Aurelio avesse deciso di sceglierlo come erede; in fin dei conti, dal 96 d.C. gli imperatori venivano eletti per adozione.  anche vero, per, che i predecessori di Marco Aurelio non avevano figli propri, o quanto meno, come nel caso di Antonino Pio, gli eredi non erano sopravvissuti a lungo, e quindi non possiamo sapere come avrebbero agito di fronte a unalternativa.
Alla morte di Marco Aurelio il fronte germanico era tutto fuorch tranquillo e Commodo, forse nel timore di dover passare molti anni in un accampamento come era successo a suo padre, o spinto dai suoi consiglieri, decise di stipulare la pace con i barbari e tornare rapidamente nellUrbe. Gli ufficiali di suo padre gli avevano sconsigliato questa mossa ma Commodo insisteva sulla necessit di un suo ritorno per arginare eventuali usurpatori.
Una volta giunto a Roma, Commodo non ebbe pi alcun freno e, secondo le fonti, diede libero sfogo alla sua crudelt. In pochi si salvarono e per assurdo tra questi ci fu proprio Tiberio Claudio Pompeiano, suo cognato e marito di quella stessa Lucilla che, per poter tornare a essere imperatrice, mirava a eliminare il fratello per mettere al suo posto il marito. Nonostante quindi il ruolo di Pompeiano fosse chiaro, scoperta la cospirazione questi fu graziato: a quanto pare, riusc a dimostrare al cognato di essere alloscuro di tutto, e che sua moglie aveva architettato il complotto a sua insaputa.
Non  facile appurare quanto di vero contengano le fonti riguardo la presunta crudelt e le efferatezze di Commodo. Sicuramente la congiura che vide la partecipazione della sorella e del prefetto del pretorio dovette rappresentare una cesura nel suo regno ed esasper certi tratti sgradevoli del suo carattere, spingendolo a reazioni che avrebbero portato a un vero e proprio regime del terrore.
Anche il popolo, che lo aveva accolto con grande affetto, col tempo cominci a reputarlo completamente pazzo e la conferma giunse quando si diede allattivit gladiatoria e pretese che Roma fosse chiamata colonia Commodiana: [Commodo] ordin che Roma stessa venisse chiamata Commodiana, le legioni Commodiane e Commodiano anche il giorno in cui erano stati votati questi decreti150.
In sostanza gliene furono attribuite di tutti i colori: omicidi ingiustificati, eccessi sessuali (pare che avesse un harem di circa seicento persone), manie di persecuzione. Aveva umiliato un po tutti i suoi collaboratori ma uno di questi la prese particolarmente male; si trattava del prefetto del pretorio Quinto Emilio Leto. Nel 192 il prefetto, aiutato da un liberto di nome Eclecto e dallamante dellimperatore, Marcia, prese infine la decisione di avvelenarlo. I dettagli della congiura sono alquanto incerti, e tra laltro non si capisce bene cosa intendessero fare i tre una volta morto limperatore. Secondo le fonti, fu Marcia a somministrare il veleno, che per non sort leffetto dovuto: dopo aver mangiato il cibo avvelenato, infatti, Commodo vomit e quindi riusc a salvarsi. A quel punto, non avendo pi dubbi che qualcuno stesse attentando alla sua vita, limperatore prese a minacciare tutti i suoi pi stretti collaboratori che, per salvare la pelle, provarono nuovamente a ucciderlo. Mentre Commodo faceva il bagno fu fatto entrare un gladiatore, un tale Narcisso, che provvide a strangolarlo.
Pagani e cristiani
Come abbiamo gi detto la gens Aurelia pu vantare tra i suoi ranghi santAmbrogio, ma ci vale, paradossalmente, anche per il suo pi acerrimo nemico, Quinto Aurelio Simmaco. Una sintesi della sua carriera politica ci viene fornita da unepigrafe:
Eusebii / Q(uinto) Aur(eli) Symmacho v(iro) c(larissimo) / quaest(ori) praet(ori) pontifici / maiori correctori / Lucaniae et Brittiorum /comitii ordini tertii /procons(uli) Africae praef(ecto) / urb(i) co(n)s(uli) ordinario / oratori dissertissimo / Q(uintus) Fab(ius) Memm(ius) Symmachus / v(ir) c(larissimus) patri optimo151.
Le tappe fondamentali furono quindi la questura, la pretura, il proconsolato in Africa e il consolato. Grande oratore, molto amato per la sua affabilit, fu lultimo baluardo del paganesimo.
Appartenente a una familia della gens Aurelia che si mise in evidenza tra il iv e il vi secolo d.C., Simmaco nacque tra il 340 e il 345 d.C. circa e fu educato in Gallia. Viene ricordato soprattutto per una celebre orazione scritta in unoccasione alquanto infelice per i pagani. Siamo in una fase molto delicata per quanto riguarda i rapporti tra le varie religioni esistenti nellimpero romano; nel 313 d.C. ai cristiani era stato accordato il permesso di professare liberamente la loro fede ma nel 380 d.C. (con leditto di Tessalonica) Teodosio i, allora collega di Graziano e responsabile della parte orientale dellimpero, impose il cristianesimo quale religione unica. In realt, subito dopo lapprovazione delleditto di Tessalonica i pagani continuarono comunque a professare i loro culti, grazie a una certa tolleranza dellamministrazione, il che nel 382 d.C. consent a Simmaco di mettere in atto una protesta contro limperatore Graziano senza subire alcuna ripercussione.
Graziano aveva preteso la rimozione dalla Curia dellAltare della Vittoria, un monumento con una statua di una Vittoria alata dorata voluto dallimperatore Augusto in seguito alla vittoria di Azio; liniziativa provoc la reazione di Simmaco e degli altri pagani, che si affidarono alloratore per presentare allimperatore una petizione di protesta. In realt laltare era gi stato rimosso una volta nel 357 d.C. da Costanzo ii, ma poi era stato ricollocato nelledificio, non si sa se dallo stesso Costanzo o da Giuliano lApostata. La vicenda del 382 fin comunque con un nulla di fatto, perch Graziano non volle neanche incontrare la delegazione capitanata da Simmaco e i pagani dovettero attendere la sua morte, avvenuta due anni dopo a Lione, per fare un altro tentativo. Ne fu sempre Simmaco il protagonista, in qualit di prefetto dellUrbe, scrivendo una lettera agli imperatori Valentiniano ii, Teodosio i e Arcadio per perorare la causa pagana. Ne scatur la celebre Relatio tertia in repetenda ara Victoriae. Simmaco sosteneva che la Vittoria come divinit aveva sempre protetto limpero romano fin dallantichit, pertanto andava preservata se si intendeva tutelarlo ancora per lungo tempo. Perch, si chiedeva, imporre un dio unico? Perch non permettere a ognuno di cercare la verit a modo proprio?
Teodosio i ricevette la sua lettera, ma anche le due che gli scrisse il vescovo Ambrogio, che sosteneva invece la causa cristiana. I pagani, paradossalmente, speravano di trarre vantaggio dallintervento di Ambrogio, ben sapendo che, sebbene Valentiniano ii fosse un suo estimatore, sua madre Giustina, molto influente e di fede ariana, al contrario lo odiava. Simmaco e i suoi speravano quindi che Giustina riuscisse in qualche modo a bloccare Ambrogio favorendo per dispetto il partito pagano. Mettendo a confronto le tesi dei due Aureli  evidente che ai cristiani viene assegnato il ruolo dei riformatori mentre i pagani sono visti come conservatori, ma  anche vero che i pagani mantenevano quel rispetto per gli altri culti che era sempre stato caratteristico della civilt romana, al contrario dei cristiani, che tendevano a riunire tutti sotto un unico credo. Ad ogni modo, Teodosio era un cristiano assai zelante, ai limiti dellintegralismo, e avendo egli una maggiore influenza rispetto a Giustina, alla fine laltare non torn al suo posto.
In questa occasione loratoria di Simmaco non diede grandi risultati, ma qualche anno dopo riusc a salvargli la vita. Nel 387, infatti, Magno Massimo, un usurpatore, tent di occupare lItalia e Simmaco si dichiar apertamente suo sostenitore. Quando questi fu sconfitto Teodosio accus il senatore di tradimento, ma le capacit oratorie del nostro Aurelio e lintercessione di molti suoi amici potenti permisero a Simmaco di farla franca e addirittura di diventare console nel 391 d.C. Ma nonostante il prestigio personale acquisito, il 391 d.C. fu un anno funesto per la causa di Simmaco: i princpi stabiliti nelleditto di Tessalonica, infatti, cominciarono proprio allora a essere applicati con maggior rigore e fu la fine del paganesimo.
Loratore scrisse diverse opere ma le sue epistole sono quelle che meglio ci aiutano a conoscerlo. Non si sa la data certa della sua morte, ma sicuramente non pu essere avvenuta prima del 402 d.C., data della sua ultima epistola.

122 Festo, De verborum significatu, 18.
123 Valerio Massimo, Facta et dicta memorabilia, ii, 7, 4.
124 Cicerone, De oratore, i, 25.
125 Id., Brutus, 205.
126 Vedi la Gens Cornelia.
127 Sallustio, Historiae, ii, 47.
128 Plutarco, Lucullo, viii.
1291 C confusione circa il prenome, infatti, Valerio Massimo ad esempio parla di Gneo e non di Gaio Papirio Carbone.
1301 Valerio Massimo, Facta et dicta memorabilia, v, 4, 4.
131 Ivi, viii, 9, 3 e Cicerone, Brutus, 317.
132 Cassio Dione, Storia romana, xxxvi, 44.
133 Svetonio, Divus Iulius, lxxix.
134 Ivi, lxxiv.
135 Sallustio, De coniuratione Catilinae, xv, 2.
136 Historia Augusta, Antoninus Pius, ii, 1.
137 Cassio Dione, Storia romana, lxxix, 20.
138 Historia Augusta, Antoninus Pius, xii, 4-6.
139 Cassio Dione, Storia romana, lxxi, 6, 3.
140 Ivi, lxxi, 36.
141 Ivi, lxxi, 3.
142 Ivi, lxxi, 22.
143 Ivi, lxxi, 29.
144 Historia Augusta, Verus, i, 3.
145 Ivi, Verus, ix.
146 P. Lambrechts, Lempereur Lucius Verus: essai de rhabilitation, in LAntiquit Classique, iii, 1934, pp. 173-201.
147 LHistoria Augusta  lunica fonte in lingua latina a tramandare una biografia di Lucio Vero.
148 Marco Aurelio, Larte di conoscere se stessi. Pensieri, i, 17, 6, Newton Compton, Roma, 2012.
149 Cassio Dione, Storia romana, lxxi, 33.
150 Ivi, lxxii, 15, 2 e Historia Augusta, Commodus, viii, 6-9.
151 Corpus inscriptionum Latinarum, vi, 1699.

Gens Calpurnia

Prosopografia
ii secolo a.C.
11. gaio calpurnio pisone console nel 180 a.C. Padre adottivo del n. 2;
12. lucio calpurnio pisone cesonino console nel 148 a.C. Figlio adottivo del n. 1;
13. gneo calpurnio pisone console nel 139 a.C.;
14. quinto calpurnio pisone console nel 135 a.C.;
15. lucio calpurnio pisone frugi console nel 133 a.C.;
16. lucio calpurnio pisone cesonino console nel 112 a.C.;
17. lucio calpurnio bestia console nel 111 a.C.
i secolo a.C.
18. gaio calpurnio pisone console nel 67 a.C.;
19. marco calpurnio bibulo console nel 59 a.C.;
10. lucio calpurnio pisone cesonino console nel 58 a.C. Nipote del n. 6 e padre del n. 12;
11. gneo calpurnio pisone console suffetto nel 23 a.C. Padre del n. 13;
12. lucio calpurnio pisone pontefice console nel 15 a.C. Figlio del n. 10;
13. gneo calpurnio pisone console nel 7 a.C. Figlio del n. 11, padre del n. 17 e fratello del n. 14;
14. lucio calpurnio pisone augure console nell1 a.C. Figlio del n. 11 e fratello del n. 13.
i secolo d.C.
15. gaio calpurnio flacco console suffetto nel 15 d.C.;
16. gaio calpurnio aviola console suffetto nel 24 d.C.;
17. lucio calpurnio pisone console nel 27 d.C. Figlio del n. 13, nipote del n. 11 e padre del n. 20;
18. sesto calpurnio agricola console suffetto nel 27 d.C.;
19. gaio calpurnio pisone console nel 41 d.C.;
20. lucio calpurnio pisone console nel 57 d.C. Figlio del n. 17 e nipote del n. 13;
21. gaio calpurnio (crasso frugi?) pisone liciniano console suffetto nell87 d.C.;
22. marco calpurnio console suffetto nel 96 d.C.
ii secolo d.C.
23. gaio calpurnio pisone console nel 111 d.C.;
24. publio calpurnio atiliano attico console nel 135 d.C.;
25. sesto (servio) calpurnio scipione orfito console nel 172 d.C.;
26. lucio calpurnio pisone console nel 175 d.C.
iii secolo d.C.
27. servio calpurnio domizio destro console nel 225 d.C.
Agli albori della storia
Le radici di questa gens plebea affondano nella leggenda. Il progenitore dei Calpurni sarebbe addirittura Calpo, uno dei quattro figli del secondo re di Roma, Numa Pompilio152, il che ci permette di capire che questa famiglia aveva origini sabine. La divinit venerata dalla gens Calpurnia  Diana. I sacrifici avvenivano ogni anno presso un sacello collocato sul Celicolo che fu distrutto nel i secolo a.C. da Lucio Calpurnio Pisone Cesonino153.
La gens Calpurnia ha espresso diversi consoli, distribuiti in un arco di tempo che va dal ii secolo a.C. al iii d.C. ma il periodo pi florido fu sicuramente quello tra il ii e il i secolo a.C., quando si impose la familia dei Pisoni, la pi importante tra i Calpurni, fortemente influente nella politica romana sotto la dinastia giulio-claudia, che vide la sua ascesa e, allo stesso tempo, il suo declino. Plinio il Vecchio154 sostiene che il cognomen Pisone deriverebbe da pisendo e quindi dal verbo piso che significa pestare, pigiare. Le altre familiae note di questa gens sono quelle dei Bestia, dei Flamma e dei Bibulo, ma nessuna di queste raggiunse mai la fama dei Pisoni.
La gens plebea dei Calpurni fece la sua comparsa nei fasti consolari nel ii secolo a.C. con il console del 180 a.C. Gaio Calpurnio Pisone, il quale ottenne anche un trionfo nel 184 a.C. per le vittorie riportate contro i lusitani e i celtiberi. Questo Pisone fu vittima di uno di quei casi noti come veneficia matronarum155, quando, nel 180 a.C., proprio lanno del suo consolato, fu assassinato da sua moglie. Lanno era cominciato con la morte del pretore Tiberio Minucio Malliculo, cui segu proprio quella di Pisone156 e poi di tanti altri, diffondendo la convinzione che gli di fossero irati con i romani. Probabilmente era in atto unepidemia, ma la morte di Pisone, in particolare, per qualche motivo continu a destare sospetti; che si fecero sempre pi insistenti quando la moglie di lui, Quarta Ostilia, riusc a far ottenere il consolato a suo figlio, Quinto Fulvio Flacco, al posto del patrigno. Ostilia fu infine condannata per lavvelenamento del marito, ma solo sulla base delle dicerie, senza alcuna prova concreta; in considerazione della gran quantit di persone che morirono in quellanno, per,  difficile per noi capire se sia stato realmente perpetrato un reato o se il console sia morto a causa dellepidemia come gli altri.
Il console del 148 a.C., Lucio Calpurnio Pisone Cesonino, era figlio adottivo di Gaio Calpurnio Pisone. Come si pu capire dal nome, infatti, doveva appartenere alla gens Cesonia, anche se non sappiamo esattamente chi fosse il padre biologico. Alcuni ritengono che Quinto Calpurnio Pisone, console nel 135 a.C., fosse figlio naturale di Gaio, ma R.J. Evans157 ritiene alquanto improbabile la cosa, soprattutto perch, se avesse avuto un erede naturale, non si capisce come mai Gaio avrebbe avuto la necessit di adottare un figlio da unaltra gens. Secondo Evans Quinto e Lucio sarebbero cugini di primo grado, figli di due fratelli, Gaio e Gneo.
Prima del console del 180 ci fu un Calpurnio che viene associato non a un trionfo militare, bens a una delle peggiori sconfitte subite dallesercito romano in tutta la sua storia, quella di Canne. Gaio Calpurnio, un membro della gens, fu infatti fatto prigioniero a seguito della battaglia e insieme ad altri suoi commilitoni fu inviato a Roma da Annibale per trattare il riscatto dei sopravvissuti. Il Senato romano per non volle scendere a patti con il Barcide, pertanto si rifiut di riscattare i prigionieri e Gaio e gli altri dovettero tornare da Annibale158. In realt non tutti tornarono dal comandante cartaginese: alcuni pensavano di aver chiuso, fungendo da ambasciatori, con quella brutta storia. Gaio fu tra quelli che mantennero la parola data ripresentandosi al cospetto del comandante punico per condividere la sorte dei soldati romani rimasti nelle sue mani, dando quindi dimostrazione di possedere un grande senso dellonore.
Un altro Pisone che va menzionato  Lucio Calpurnio Pisone Frugi, console nel 133 a.C. e primo censore della gens (120 a.C.). Velleio Patercolo sintetizza i meriti di questo personaggio: Lucio Pisone, quandera tribuno della plebe [149 a.C.], sotto il consolato di Censorino e di Manilio, fu il primo a presentare una legge intesa a colpire il reato di concussione  lo stesso Pisone tratt anche cause e fu promotore e avversario di tante leggi; lasci inoltre orazioni, ormai cadute nelloblio, e annali scritti in uno stile parecchio arido159. La legge cui fa riferimento lo storico romano  la lex Calpurnia repetundarum, che mirava a limitare le prerogative dei governatori delle province, i quali, molto spesso, mettevano in ginocchio i provinciali estorcendo loro denaro.
Sempre nel passo di Velleio leggiamo che Pisone avvers diverse leggi, tuttavia lunica di cui abbiamo notizia  la lex frumentaria di Gaio Gracco. Pare che Pisone fosse stato un sostenitore di Tiberio Gracco, ciononostante si oppose fortemente alla proposta del fratello.
Lo immaginiamo come un romano alla vecchia maniera, fermamente convinto dellimportanza della disciplina, soprattutto in ambito militare. Si ricordano alcuni aneddoti che lo vedono protagonista e che ci possono chiarire le idee in merito. Uno di questi riguarda la prima guerra servile, scoppiata in Sicilia tra il 136 e il 132 a.C. Nellanno del suo consolato, Pisone si rec nellisola per combattere i ribelli e li sconfisse presso Messana (attuale Messina), dove per fu costretto anche a punire alcuni dei suoi:
Lucio Calpurnio Pisone, mentre guerreggiava in Sicilia contro gli schiavi ribelli, poich Gaio Tizio, comandante della cavalleria, accerchiato da un nugolo di nemici, aveva consegnato loro le armi, svergogn lufficiale nel modo degradante che segue: ordin che, coperto da una toga con gli orli a brandelli e rivestito di una tunica discinta, restasse a piedi nudi ininterrottamente da mane a sera presso il quartier generale per tutto il tempo del suo servizio militare. Gli viet anche di comunicare con chiunque e di usare i bagni, e agli squadroni di cavalleria, gi ai suoi ordini, tolse i cavalli, trasferendoli tra i frombolieri. Cos la grave offesa fatta alla patria fu indubbiamente vendicata con pari offesa nei confronti dei responsabili. In realt Pisone fece quel che fece senzaltro perch quanti, spinti da troppo attaccamento alla vita, avevano permesso a schiavi fuggitivi, degni di crocifissione, di riportare su di loro successi, e non si erano vergognati di farsi imporre da mano servile un delittuoso giogo, sperimentassero unamara condizione di sopravvivenza e si augurassero virilmente quella morte, che a mo di femminette avevano tanto temuta160.
Oltre alla guerra annibalica, i Calpurni presero parte attiva anche alla guerra contro Giugurta, e in questo caso con risultati discutibili. Il buon nome della famiglia venne affossato da Lucio Calpurnio Bestia, tribuno della plebe nel 121 e console nel 111 a.C., cui spett il compito di condurre la guerra contro il re africano. Inizialmente, il nostro sembr cavarsela bene, ma poi Giugurta fece leva sulla sua nota avidit e lo corruppe: Il console era dotato di molte buone qualit morali e fisiche, ma guastate tutte dallavidit di denaro161. Bestia fece ottenere al sovrano numida una pace talmente conveniente da destare sospetti, tanto che fu formalmente accusato in tribunale di corruzione ed esiliato.
I Calpurni e il primo triumvirato
Secondo R. Syme162, tramite i discendenti del console del 133 a.C. la gens Calpurnia si un a quelle dei triumviri Pompeo e Crasso. Uno dei discendenti fu adottato dal nipote del triumviro Crasso e assunse il nome di Marco Licinio Crasso Frugi, divenendo poi console nel 14 a.C. e spos Scribonia, una bisnipote di Pompeo Magno, dalla quale ebbe un figlio che chiam Gneo Pompeo Magno. I Calpurni del resto sono legati anche al terzo triumviro: Lucio Calpurnio Pisone Cesonino, console nel 58 a.C., aveva stretto rapporti con Cesare dandogli in moglie sua figlia Calpurnia.
Cesonino era figlio di Lucio Calpurnio Pisone Cesonino, questore nel 100 a.C., e di una donna di umili origini, e svolse tutto il cursus honorum dalla questura fino al consolato passando per ledilit e la pretura. Fu console nel 58 a.C. grazie allintervento di suo genero Cesare; per quellanno, infatti, furono scelti come magistrati supremi della Repubblica un uomo di Cesare, cio Cesonino, e uno di Pompeo, vale a dire Aulo Gabinio163. Senza esito rimase laccorata protesta di Catone lUticense, il quale sosteneva, non a torto, che ormai le questioni di Stato dipendevano da alleanze matrimoniali.
Durante il suo consolato Cesonino approv diverse leggi in collaborazione con Publio Clodio Pulcro, allora tribuno della plebe; tra queste vi fu la famosa lex de capite civis romani, che impediva ai senatori di condannare a morte dei cittadini romani senza concedere loro lappello al popolo (provocatio ad populum). La legge aveva valore retroattivo e quindi si applicava anche ai casi passati, e in particolar modo a quello che coinvolgeva Cicerone, lobiettivo principale delloperazione. Nellanno del suo consolato, infatti, un quinquennio prima, loratore aveva fatto condannare a morte dei cittadini romani accusati di aver congiurato con Catilina, senza permettere loro di appellarsi al popolo. Fu proprio in virt di questa legge che Cicerone fu esiliato.
Dopo il consolato Cesonino fu inviato come governatore in Macedonia, dove rimase due anni. Risale ad allora uno scambio di battute velenose tra Cicerone e Cesonino, di cui conserviamo solo una parte. Il confronto ebbe inizio nel 56 a.C., quando Cicerone pronunci unorazione in Senato nella quale attacc violentemente Cesonino e il suo operato in Macedonia:
Questa Macedonia, ora,  sottoposta al dominio di un console e del suo esercito, subendo angherie tali per cui ben difficilmente potrebbe rimettersi in sesto, sia pure con una lunga pace. E nel frattempo, chi di voi non  venuto a conoscenza di questi fatti, chi ignora che gli Achei stanno versando ogni anno una somma considerevole nelle mani di Lucio Pisone? Che tutte le tasse ed i dazi portuali degli abitanti di Durazzo sono confluiti nelle casse personali di questunica persona? Che la citt di Bisanzio, molto leale nei vostri confronti e di questo nostro governo,  stata sottoposta a vessazioni pari a quelle delle citt nemiche? E in quella citt, dopo che quelluomo non  riuscito a sottrarre pi nulla a coloro che erano gi in povert, a nulla estorcere neppure con la forza a quegli sventurati, ha sistemato i soldati nei quartieri invernali, ha messo loro a capo alcuni loschi individui che egli ha ritenuto sarebbero stati i pi zelanti esecutori delle sue malefatte, i devoti ministri della sua cupidigia. Non voglio parlare della sua arbitraria amministrazione della giustizia in una citt libera, con il disprezzo delle nostre leggi e dei decreti del Senato. Taccio degli omicidi, sorvolo sulle sue sfrenate passioni, di cui rimane una prova tangibile a perpetuo ricordo della sua dissolutezza, nellodio quasi del tutto giustificato verso la nostra amministrazione.  noto, infatti, che delle fanciulle di famiglia nobilissima si gettarono in un pozzo, cancellando cos la loro inevitabile vergogna con la morte volontaria. N io trascuro questi episodi, perch non sarebbero molto gravi, ma perch in questo momento io parlo senza avere una prova concreta fra le mani164.
Sappiamo che Cesonino rispose con altrettanta durezza, ma la sua replica, sfortunatamente, non  sopravvissuta. Ci resta per lultima parte di questo scontro verbale, ovvero la nuova risposta di Cicerone. Si tratta dellorazione In Pisonem, nella quale loratore ribadisce il suo pessimo giudizio nei confronti di Cesonino, sottolineando anche la sua malsana propensione per la filosofia epicurea. Cesonino era, infatti, il mecenate del filosofo Filodemo di Gadara, da lui ospitato presso la sua villa di Ercolano, che corrisponde molto probabilmente alla famosa Villa dei Papiri nella quale sono stati trovati moltissimi testi epicurei, di cui diversi riconducibili allo stesso Filodemo.
Cesonino si vide accusato di tutto, dal grande oratore; perfino di non aver mostrato alcun rispetto per le tradizioni della sua gens. Cicerone ricorda, infatti, che fu lui a far distruggere il sacello di Diana presso il quale si svolgevano gli annuali sacrifici della gens Calpurnia. Tuttavia loratore non ci dice perch Cesonino avrebbe fatto una cosa del genere, n se per caso il vecchio sacello fosse stato distrutto per costruirne uno nuovo.
Nel 50 Cesonino divenne censore, per poi ritrovarsi coinvolto nella guerra civile tra Cesare e Pompeo. Inizialmente appoggi il genero, proponendosi anche come ambasciatore per incontrare Pompeo e trovare un accordo165. I cesariani rifiutarono il suo aiuto e cos, da allora in poi, si tenne in disparte a Roma, senza subire alcuna minaccia. Alla morte di Cesare fu lui a richiedere la lettura del testamento del dittatore assassinato, per porsi subito dopo come avversario di Antonio per qualche tempo, salvo poi diventare uno dei suoi pi convinti partigiani. Lultima notizia che abbiamo di Cesonino ce lo d presente a Mutina in qualit di mediatore tra Antonio e Ottaviano.
Con Cesare ebbe rapporti anche un altro Calpurnio, ma in questo caso non furono per niente idilliaci; anzi, potremmo dire che Marco Calpurnio Bibulo fu letteralmente portato allesaurimento nervoso dal condottiero, suo acerrimo nemico.
Bibulo era coetaneo di Cesare, e lo si deduce dal fatto che entrambi ricoprirono contemporaneamente e suo anno diverse magistrature; pertanto, dovevano essere nati nello stesso anno. Questo per  davvero lunico elemento che Cesare e Bibulo avevano in comune, e li costrinse a confrontarsi per tutta la vita; per il resto, erano diversi come il giorno e la notte: luno audace, affabile e munifico, aderente al partito dei populares, laltro accorto, introverso e tirato, esponente della fazione degli optimates.
I due ricoprirono prima di tutto ledilit nel 65 a.C. ed ecco come la racconta Svetonio:
[Cesare] da edile [] offr inoltre delle cacce e dei giochi, sia assieme al collega che per conto proprio, e per questo egli solo ebbe anche il merito delle spese fatte in comune. Il suo collega, Marco Bibulo, non nascondeva che era successo a lui come a Polluce: infatti, come il tempio eretto nel foro in onore dei due gemelli era chiamato soltanto tempio di Castore, cos anche la munificenza sua, unita a quella di Cesare, era chiamata soltanto munificenza di Cesare166.
Nel 63 a.C. si trovarono su fronti opposti anche sul modo di procedere nei confronti dei seguaci di Catilina catturati da Cicerone. In questa occasione i ruoli si invertirono: Cesare propose di seguire liter tradizionale e sottoporre i sospettati a regolare processo, mentre invece Bibulo, sostenitore di Catone lUticense, vot per la condanna a morte immediata.
Nel 62 a.C. furono eletti tutti e due pretori e Cesare fu ricordato per la correttezza con la quale svolse il suo servizio mentre di Bibulo nessuno ricorda niente. Per qualche anno non si videro pi perch il futuro dittatore part per la Spagna Ulteriore e un nuovo incontro-scontro avvenne solo tre anni dopo per le elezioni al consolato del 59 a.C.:
Tra i suoi due competitori alla carica di console, Lucio Lucceio e Marco Bibulo, si alle col primo, pattuendo che questi, meno popolare ma molto ricco, avrebbe fatto correre denaro nelle centurie, a proprie spese ma a nome di entrambi. Gli ottimati, venuti a conoscenza del fatto e temendo che Cesare non avrebbe avuto pi freni se fosse asceso alla suprema magistratura assieme a un collega concorde e consenziente, spinsero Bibulo a promettere altrettanto e molti gli diedero anche del denaro167.
Cos accadde che i due si ritrovarono a lavorare insieme per la terza volta e fu un vero e proprio disastro. Cesare, sostenuto da Pompeo e Crasso, con i quali aveva stipulato un triumvirato nel 60 a.C., propose delle leggi che furono ritenute degne di un tribuno della plebe pi che di un console, e Bibulo fece di tutto per fermarlo. Bibulo era in realt manovrato dal leader del partito degli ottimati, Catone, cui era legato anche per via matrimoniale; pur avendo avuto una prima moglie di cui non sappiamo niente e che gli diede dei figli, in seconde nozze aveva infatti sposato Porcia, figlia di Catone e futura moglie del cesaricida Bruto.
Durante il suo consolato Bibulo fu completamente messo in ombra da Cesare il quale:
entrato in carica fu il primo a disporre che giornalmente venissero redatti per iscritto e pubblicati gli atti del senato e del popolo. Riesum anche lantico costume di farsi precedere da un battistrada e seguire dagli araldi nel mese in cui non avrebbe avuto i fasci. Scacci con le armi dal foro il collega, che si opponeva a una sua proposta di legge agraria. Questi, essendosene lagnato in Senato e non avendo trovato nessuno che osasse farsi relatore di un fatto cos grave o che prendesse liniziativa di proporre una di quelle misure che, spesso, si erano adottate in disordini di minor conto, fu preso da tale scoramento che si chiuse in casa fino al termine del suo mandato, opponendosi soltanto per editti. Da allora Cesare govern la Repubblica da solo e secondo il proprio arbitrio, tanto che alcuni buontemponi, volendo, per scherzo, autenticare un documento, lo datarono come scritto non sotto il consolato di Cesare e di Bibulo, ma di Giulio e di Cesare168.
A detta di Cassio Dione169 Bibulo non si ritir cos facilmente; prima di ricorrere al Senato, infatti, aveva tentato di fermare Cesare dichiarando tutti i giorni dellanno del loro consolato sacri, sperando cos di impedire la discussione della legge agraria. Il piano per non riusc perch la folla lo aggred, e non solo verbalmente, tanto che il console pot ritenersi fortunato per essere riuscito a tornare a casa sulle proprie gambe. Il ritiro di Bibulo dovette rappresentare una sorta di Aventino pi che una fuga, anche perch sembra alquanto difficile credere che in Senato nessuno lo avesse appoggiato, neanche Catone e i suoi.  pi probabile che si sia ritirato per impedire a Cesare di agire legalmente e per protestare contro il suo comportamento, ma la sua azione non fece altro che facilitare loperato del futuro dittatore.
Dopo il consolato Cesare part per la Gallia e finalmente la sua strada e quella di Bibulo si separarono per un po di tempo, anche se il nostro Calpurnio, insieme agli altri ottimati, continu a fargli la guerra a distanza. Nel 51 a.C. Bibulo fu scelto come governatore della Siria e cos fu costretto, suo malgrado, a lasciare Roma. M.J.G. Gray-Fow170 tenta di analizzare gli anni trascorsi nella provincia orientale da Bibulo e soprattutto di capire meglio le circostanze della morte dei due figli maggiori del console.
Secondo Gray-Fow, allepoca dei fatti i figli di Bibulo dovevano avere tra i venti e i trentanni e il padre li avrebbe mandati in Egitto a reclutare uomini per far fronte alla minaccia dei parti. Perch proprio in Egitto? Semplicemente perch l si trovavano i soldati che Aulo Gabinio aveva lasciato nel 54 a.C. Si trattava di legionari gi addestrati ed equipaggiati, che sarebbero potuti tornare utili alla difesa della provincia. Quello che ipotizza lo studioso  che i soldati di Gabinio, abituatisi a una vita di agi in Egitto da ormai tre anni e istigati da Potino, leunuco ministro del faraone che voleva ingraziarsi i parti, si sarebbero ribellati allidea di tornare a vivere secondo la ferrea disciplina dellesercito romano e avrebbero quindi ucciso i figli di Bibulo.
La morte dei due giovani fu il vero colpo di grazia per Bibulo, gi provato dai fallimenti subiti in politica. Lultima cosa sensata che riusc a fare, prima di avere un vero e proprio crollo di nervi, fu rimandare a Cleopatra, che glieli aveva consegnati, gli assassini dei figli, perch la regina li mandasse a Roma per sottoporli a regolare processo, rinunciando quindi a giustiziarli egli stesso171.
Quando ebbe inizio lo scontro tra Cesare e Pompeo, ovviamente Bibulo appoggi il secondo, insieme a tutto il partito degli ottimati. Gli fu affidato il comando della flotta dei pompeiani e quindi spett a lui pattugliare lAdriatico per evitare che Cesare seguisse i pompeiani in fuga in Grecia.
E fu un nuovo fallimento. Non si aspettava che Cesare tentasse la traversata dinverno e cos, quando venne a conoscenza del suo arrivo, era ormai troppo tardi:
Bibulo, appreso a Corcira larrivo di Cesare, partito con la speranza di incontrare le navi cariche di soldati, simbatt in quelle vuote, e, raggiuntone un gruppo di circa trenta, su di esse sfog la rabbia della sua negligenza e del suo scorno: le incendi tutte e nellincendio fece perire i marinai e i capitani delle navi, sperando di atterrire gli altri con il tremendo castigo loro inflitto172.
Questo sbotto di ira e ferocia sembra essere uno dei primi segnali della frustrazione accumulata da Bibulo. Pare che abbia passato gli ultimi giorni della sua vita tentando di regolare i conti con Cesare e nel frattempo si ammal e mor, nel 48 a.C.
Una gens di congiurati
Considerando lattivit svolta da alcuni membri della gens Calpurnia, questa potrebbe quasi essere definita come la gens dei congiurati. La quantit di cospiratori rilevabile in questo gruppo familiare  notevole; per lo pi si tratta dei membri della familia dei Pisoni, ma comunque si copre un arco temporale che va dalla Repubblica allimpero, passando per le congiure pi famose della storia di Roma.
I Calpurni che parteciparono alla congiura di Catilina del 63 a.C. furono ben due: Lucio Calpurnio Bestia e Gneo Calpurnio Pisone. Il nome di Lucio Calpurnio Bestia compare tra quelli dei senatori che appoggiarono Catilina173, ma la sua implicazione non fu provata perch, stando a quanto dice Plutarco, alla fine del mandato consolare di Cicerone, Bestia fu eletto tribuno della plebe per lanno successivo. Insieme a un suo collega e a Cesare, che allepoca era pretore, tent invano di ostacolare Cicerone nelle ultime fasi del suo mandato. La corrente avversa alloratore aveva come capi, tra i magistrati eletti, Cesare in qualit di pretore, e Metello e Bestia quali tribuni. Quando entrarono in carica, Cicerone aveva ancora pochi giorni di autorit consolare e sperava di sfruttarli per parlare al popolo; ma i tre collocarono i seggi dei tribuni sui rostri impedendogli di accedervi. Gli permisero per di fare il giuramento necessario per deporre la carica di console e Cicerone li beff pronunciandone uno alquanto diverso dal solito, nel quale sottolineava il suo ruolo di salvatore della patria174.
Non si sa molto altro di Bestia, senonch pare fosse anche un uxoricida, oltre che un congiurato. Plinio il Vecchio, nel descrivere laconito, sostiene che: Questo fu il veleno, con cui laccusatore Marco Celio sostenne che erano state uccise da Calpurnio Bestia le mogli mentre dormivano175. Bestia si trov ad avere a che fare con loratore Marco Celio Rufo anche in unaltra occasione, vale a dire durante un processo per corruzione che ebbe luogo nel 56 a.C. Il nostro fu accusato di aver comprato i voti durante la sua campagna elettorale per la pretura ma, con Cicerone come avvocato difensore, riusc a venirne fuori con unassoluzione; a quanto pare, dunque, i rapporti con loratore erano decisamente migliorati a quel tempo, e ci non stupisca considerando come questi cambi di alleanze accadano di frequente ancor oggi. Comunque Rufo non si diede per vinto e poco dopo accus nuovamente Bestia di corruzione, ma il nuovo processo fu interrotto perch il figlio dellaccusato, Lucio Sempronio Atratino, accus a sua volta Rufo di violenza.
Lultima notizia che abbiamo di Bestia  relativa al 43 a.C., anno in cui Cicerone lo annovera tra i partigiani di Marco Antonio, e quindi di nuovo come suo avversario.
Il Mnzer, nella Pauly-Wissowa, si dichiara tuttavia convinto che il Lucio Calpurnio Bestia alleato di Catilina sia diverso da quello che fu accusato de ambitu da Marco Celio Rufo, e in effetti i rapporti altalenanti con Cicerone potrebbero avallare questa teoria; ma la circostanza appare alquanto improbabile per una questione cronologica.
Come segnalato in precedenza, vi fu un altro Calpurnio coinvolto nella congiura di Catilina, ma di lui, Gneo Calpurnio Pisone, sappiamo ben poco: Sia Curione che Marco Attorio Nasone riferiscono come abbia cospirato anche con Gneo Pisone, ancora giovanissimo, al quale, per il sospetto di questa congiura urbana, era stato persino attribuito il governo straordinario della Spagna, bench non lo avesse richiesto176.
Tra i cospiratori della famiglia possiamo inserire anche Gneo Calpurnio Pisone177, generalmente noto come colui che uccise Germanico, ma in realt personaggio ben pi complesso. Figlio di Gneo Calpurnio Pisone, console suffetto nel 23 a.C., e fratello di Lucio Calpurnio Pisone Augure, console nell1 a.C., fu triumviro monetale nel 25 a.C., console ordinario nel 7 a.C. insieme allimperatore Tiberio e poi proconsole in Africa, prima di diventare legato della Siria nel 17 d.C. Una carriera coi fiocchi, dunque, grazie anche allindubbio legame con limperatore Tiberio, che doveva andare al di l della semplice politica. Ecco infatti cosa scrive Pisone nella sua lettera di addio prima di suicidarsi, nel 20 d.C.: Per averti seguito obbediente per quarantacinque anni, per essere stato tuo collega nel consolato, onorato dalla stima di tuo padre Augusto e legato a te da vincoli di amicizia178.
A parte qualche fugace indicazione relativa al suo cursus honorum, sappiamo ben poco di Pisone per il periodo precedente al suo mandato in Siria e alla morte di Germanico. Svetonio, Cassio Dione e Flavio Giuseppe179 trattano molto rapidamente la questione dellassassinio, limitandosi a riferire che Pisone fu accusato della morte del generale e che si suicid prima della fine del processo a suo carico; lunico che descrive tutta la storia nel dettaglio, dedicando alla questione buona parte del secondo libro degli Annali,  Tacito. Lo storico riporta anche alcuni degli interventi fatti da Pisone in Senato, che ce lo presentano non solo come una persona cui limperatore dava la possibilit di esprimersi senza dover temere ripercussioni, ma anche quale difensore della libert di espressione del Senato stesso in un periodo storico alquanto difficile per questistituzione.
Durante una seduta senatoriale, ad esempio, quando il questore Cepione Crispino accus di lesa maest il pretore della Bitinia Granio Marcello, con il quale aveva lavorato, riportando tutte le maldicenze che il magistrato avrebbe detto sullimperatore, Pisone fu in grado di riportare la calma quando Tiberio, ormai in preda allira, stava per intervenire rompendo il silenzio che solitamente manteneva in aula. Pisone lo anticip: O Cesare, esporrai la tua opinione? Se lo farai prima degli altri avr unindicazione da seguire; se invece dopo tutti, io temo che, senza volerlo, manifester diverso parere180.
Da senatore saggio e pacato, improvvisamente Gneo si trasforma in un cospiratore iracondo e invidioso, ma non ci  dato conoscere il motivo di questo drastico cambiamento;  anche possibile che laccusa di aver ucciso Germanico abbia spinto molti a voler vedere in lui una cattiveria congenita. Alcuni sembrano attribuire le malefatte di Pisone allinfluenza di sua moglie, Munazia Plancina, donna dal pessimo carattere; comunque stiano le cose Tacito, dopo aver parlato dellintervento di Pisone in difesa della libert del Senato, ce lo ripresenta cos:
Di natura violenta e spregiatrice di ogni ossequio, dotato di quella fierezza che aveva ereditato dal padre [] Oltre che alla natura ereditata dal padre, Gneo Pisone traeva forza dorgoglio anche dalla nobilt e dalla ricchezza della moglie Plancina, tanto che a fatica cedeva il passo a Tiberio e guardava con disprezzo i figli di lui, come molto inferiori a s. Pisone era certo che era stato prescelto a governare la Siria, per tenere a freno le mire di Germanico181.
Germanico era stato allontanato dal fronte renano per volont di Tiberio, il quale voleva evitare che le legioni del limes lo appoggiassero in una eventuale rivolta, come avevano gi tentato di fare, e quindi lo aveva spedito in Oriente. Nel 17 d.C. part per le terre oltremare anche Pisone, in qualit di legato della Siria e, come dice Tacito, molto probabilmente con il compito di tenere a freno Germanico. Ma cosa significava tenerlo a freno? Fin dove poteva e doveva arrivare Pisone? Gran parte della questione si basa proprio su questo. Tacito accusa Pisone di aver deliberatamente rammollito lesercito di stanza in Siria e di aver cercato pi volte lo scontro con Germanico provocandolo o disobbedendo ai suoi ordini182. A un certo punto, nel 19 d.C., Germanico si ammal gravemente e si disse convinto di essere stato avvelenato proprio da Pisone. Questi, nel frattempo, fece in modo di allontanarsi dal luogo dellagonia del comandante e, non a caso, la notizia del decesso del suo rivale lo raggiunse a Coo. Agrippina Maggiore, moglie di Gemanico, e alcuni amici del generale, accusarono apertamente Pisone di avvelenamento e nel frattempo tentarono di prendere possesso della Siria. Tacito ci parla di un esercito di reietti messo insieme da Pisone per contrastare i suoi avversari presso Celenderi, che per si rivel del tutto inefficace. Pisone se ne dovette tornare a Roma, dove era atteso per un processo, sia per lomicidio che per quella che fu considerata una ribellione.
Il dibattimento fu seguito da tutta la citt183. Germanico e la sua famiglia erano molto amati, e la folla inferocita si accan verbalmente contro Pisone e sua moglie. La situazione, a questo punto, cambia nuovamente in maniera brusca. Pisone non appare pi come uno spavaldo assassino ma come una vittima, capro espiatorio di un omicidio politico. Ebbe perfino difficolt a trovare dei difensori, e tra i pochi che lo aiutarono ci fu suo fratello Lucio Calpurnio Pisone Augure. Gli fu perfino negato di leggere pubblicamente le lettere inviategli da Tiberio, nelle quali erano indicati gli ordini che aveva eseguito. Abbandonato da tutti e odiato dalla popolazione, Pisone si uccise prima della conclusione del processo, il cui esito appariva scontato. Il cadavere fu trovato nel suo studio con un enorme squarcio alla gola, il che fece pensare a un omicidio, pi che a un suicidio.  possibile che qualcuno avesse voluto metterlo a tacere prima che potesse dire qualcosa di sconveniente. E le malelingue non poterono non individuare in Tiberio il mandante dellomicidio/suicidio. Pisone, infatti, non aveva alcun bisogno di ricorrere allestremo gesto, poich ormai era chiaro che sarebbe stato condannato solo per insubordinazione e non per omicidio; lunica testimone che laccusa voleva presentare contro di lui, infatti, era una tale Martina, avvelenatrice amica di Plancina e Livia, che avrebbe procurato il veleno a Pisone e che fu trovata morta presso il porto di Brindisi poco prima dellinizio del processo.
In sostanza, la vicenda  assai confusa e non  facile ricostruire gli eventi, se non formulando delle ipotesi. Pisone potrebbe aver agito su ordine di Tiberio, il quale potrebbe aver velatamente espresso la volont di vedere Germanico morto; tuttavia  anche possibile che limperatore avesse semplicemente chiesto a Pisone di controllare Germanico, e che il legato abbia agito di sua iniziativa, eliminandolo nella convinzione di fare un favore al suo referente. A queste due opzioni se ne possono aggiungere almeno altrettante: Germanico, per quanto giovane e in salute, potrebbe aver contratto una malattia che lo port alla morte in maniera pi che naturale; oppure, la responsabile del delitto potrebbe essere stata Plancina, per conto magari di Livia, la madre dellimperatore, lasciando Tiberio alloscuro.
Ma si tratta solo di congetture. Di fatto, Plancina non fu coinvolta nel processo, se non marginalmente, salvandosi grazie allintervento proprio di Livia. Di Plancina non sappiamo pi nulla dopo il dibattimento, senonch si suicid circa tredici anni dopo gli eventi narrati: Accusata di ben note colpe, inflisse a s con la propria mano una punizione molto pi tarda che immeritata184.
Il processo contro Pisone giunse comunque a termine e ne fu redatto un senato consulto, de Cn. Pisone patre, nel quale fu riportata la condanna. Nella faccenda fu coinvolto anche il figlio di Pisone, Marco Calpurnio Pisone, il quale si era trovato al fianco del padre quando questi, prima di tornare a Roma, si era scontrato con gli amici di Germanico in Siria presso la fortezza di Celenderi. Marco fu accusato di sedizione, ma alla fine fu prosciolto dalle accuse tenendo conto della sua difficile posizione. Il ragazzo, infatti, non poteva disattendere agli ordini del padre, pur non essendo daccordo con il suo comportamento.
Laltro figlio di Pisone, Lucio Calpurnio Pisone (si chiamava Gneo, essendo il primogenito, ma dovette cambiare il nome dopo la morte del padre), non fu coinvolto nel processo perch era a Roma quando i genitori e laltro fratello si trovavano in Siria, e divenne console nel 27 d.C.  possibile che nellultima fase del regno di Tiberio sia divenuto anche prefetto dellUrbe, come fa pensare un passo di Flavio Giuseppe185. Di sicuro, sotto Caligola Lucio divenne governatore dellAfrica, ma con una formula nuova:
Quando poi a Lucio Pisone, il figlio di Plancina e Gneo Pisone, tocc il governo dellAfrica, Gaio ebbe paura che il suo orgoglio lo avrebbe spinto ad organizzare qualche rivolta, soprattutto perch stava per ottenere il comando di un grande dispiegamento di forze, sia urbane che straniere. Perci divise la provincia in due parti e affid a un altro la parte che comprendeva lesercito e i Numidi186.
In realt pare che una rivolta abbia avuto effettivamente luogo in Africa, ma lartefice fu il figlio di Lucio, Lucio Calpurnio Pisone, e del tutto involontariamente, a quanto ci dice Tacito. La ribellione, infatti, sarebbe stata provocata dal ritardo delle navi per gli approvvigionamenti; si trattava di un ritardo dovuto esclusivamente a problemi climatici, ma la popolazione la prese male e vi furono delle sommosse187. Questaltro Lucio, come suo padre, era stato console (nel 57 d.C.), per poi conseguire il proconsolato in Africa. Si trov a ricoprire questa seconda carica nel 69 d.C., lanno dei quattro imperatori, quando fu tra i tanti candidati al trono ma mor assassinato prima che potesse fare qualunque cosa188.
Ma la congiura per eccellenza, dopo quella delle idi di marzo,  quella che prende il nome dalla gens di cui stiamo trattando: la celeberrima congiura dei Pisoni, che prende il nome da uno dei membri della familia, ovvero Gaio Calpurnio Pisone. Pisone viene menzionato dalle fonti per la prima volta in relazione a un fatto che, oltre a dimostrare il dispotismo e la crudelt di Caligola, spiega anche il motivo dellastio covato dal nostro personaggio nei confronti della famiglia imperiale. Nel 37 d.C. Pisone aveva appena sposato Cornelia Orestilla quando Caligola decise di portargliela via. E il termine appena rende proprio lidea, perch il rapimento avvenne lo stesso giorno delle nozze, e Pisone, date le circostanze, nulla pot per impedire labuso. Caligola, peraltro, tenne con s Orestilla per un paio di mesi circa e poi la ripudi; in pratica, il tempo di svergognare lei e Pisone.
Secondo la versione di Dione, subito dopo il ripudio Caligola mand in esilio, ovviamente separati, Orestilla e Pisone; secondo Svetonio, invece, fu ancora pi crudele: dopo due anni, i due coniugi mancati avrebbero ripreso i contatti e Pisone sarebbe stato intenzionato a sposare di nuovo Orestilla; limperatore lo venne a sapere e solo allora avrebbe deciso di farli esiliare separatamente189. Tuttavia Tacito ci informa del fatto che anche Pisone port via la moglie a qualcuno. Non conosciamo bene le circostanze perch lo storico si limita a poche righe: Segn nel suo testamento espressioni di turpe servilismo verso Nerone per far cosa gradita alla moglie amata, che, donna di famiglia oscura, non aveva altra virt che quella della bellezza e che gi moglie di un suo amico era stata a questi portata via da Pisone. Essa aveva nome Satria Galla e Domizio Silo si chiamava il suo primo marito190.
Dopo essere stato esiliato da Caligola, il nostro pass diversi anni fuori dallUrbe e pot rientrare solo dopo lomicidio dellimperatore, grazie allintervento di Claudio. Riusc anche a diventare console al fianco del nuovo sovrano, nel 41 d.C., ma la sua carriera politica non and oltre.
La cospirazione ordita nel 65 d.C. da Pisone per rovesciare Nerone non aveva lobiettivo di restaurare la Repubblica, bens di permettere allo stesso promotore delliniziativa di prendere il posto dellimperatore. Pisone pensava di far leva sul favore popolare, di cui sembrava godere in vasta misura:
[Pisone] nato nella gens Calpurnia, imparentato da parte di padre con molte insigni famiglie, godeva presso il popolo di una fama che gli veniva dalla virt o piuttosto dallapparenza della virt. Volgeva, infatti, la sua eloquenza al servizio dei cittadini, generoso verso gli amici e anche verso coloro che non conosceva, parlava con gli altri e si intratteneva con loro con grande affabilit; era fornito anche di quelle doti che derivano dalla sorte, era di statura alta e di bellaspetto; non era per altro severo nei costumi, n si sapeva frenare nelle passioni; si lasciava andare facilmente alla leggerezza e talvolta anche al piacere del fasto. Ci destava la simpatia di molti, che, in cos grande mollezza di vizi, preferiscono che chi detiene il sommo potere non sia n troppo severo n troppo rigido191.
La congiura192, in realt, non fu mai messa in atto. Uno degli schiavi del congiurato Flavio Scevino, allarmato perch il padrone aveva passato parte della giornata a redigere il suo testamento e ad affilare la lama del suo pugnale, lo denunci a Nerone. Da quel momento in poi fu una reazione a catena. Ogni cospiratore faceva il nome di uno o pi compagni e cos il numero delle persone uccise con laccusa di tradimento crebbe a dismisura. Una delle pecche pi evidenti del complotto era lelevato numero di individui coinvolti e quindi a conoscenza dei fatti; persone che peraltro erano spinte da interessi molto diversi tra loro e quindi non legate da un ideale.
Nerone, per giunta, sfrutt la vicenda per fare piazza pulita, una volta per tutte, degli avversari pi temuti; molti, infatti, furono a torto accusati di avervi preso parte. Pisone fu naturalmente condannato a morte e costretto, nel suo testamento, a elogiare limperatore nella speranza di salvare sua moglie.
Il poeta, il generale e lerede al trono
Un altro Calpurnio viene solitamente collegato a Nerone, ma pi come suo adulatore che come avversario. Si tratta del poeta bucolico Tito Calpurnio Siculo, che assunse questo cognomen molto probabilmente perch originario della Sicilia193 e che ci  noto solo attraverso le sue opere. Di lui sappiamo solo che visse a Roma per un certo periodo della sua vita, ma non si sa esattamente quando. Il suo stile rinvia a poeti come Virgilio e Ovidio, vissuti in et augustea, e a Teocrito, vissuto nel iv secolo a.C. e originario anchegli della Sicilia. Inizialmente gli furono attribuite undici egloghe, ma poi nel 1854 lo studioso Moritz Haupt, nella sua opera De carminibus bucolicis Calpurnii et Nemesiani, stabil che solo sette sono da attribuirsi a lui, mentre le altre quattro sarebbero del poeta Marco Aurelio Olimpio Nemesiano. Questa suddivisione non  condivisa da tutti ma  anche quella che ha spinto gli studiosi a rivalutare le opere di questo autore e a collocarlo sotto il regno di Nerone, anzich dellimperatore Caro, come avveniva in precedenza.
Tutti i dati sulla collocazione temporale del poeta sono ricavati dalle sue opere. Grande rilevanza  stata data alla cometa di cui Siculo parla nella i egloga, che sarebbe stata identificata con quella vista alla fine del regno di Claudio e che preannunci lascesa al trono di Nerone. In realt si tratta di un dato alquanto labile sul quale fondare una datazione: le fonti sono infarcite di comete cadute in prossimit della fine del regno di qualche imperatore e giunte a preannunciare un cambio della guardia. La stessa cosa, ad esempio, avvenne anche alla fine del regno di Nerone.
E. Champlin194 fa notare come anche gli altri dati rilevati nelle egloghe di Siculo e spesso usati per la datazione siano circostanziali. Il fatto che si parli di un giovane imperatore amante dellarte, simile ad Apollo e la cui ascesa avrebbe portato unet delloro, non significa necessariamente che il soggetto cui ci si riferisce sia Nerone. Ci sono diversi elementi che fanno propendere per unepoca pi tarda come ad esempio il iii d.C. Lo studioso, infatti, specifica che Siculo  stato accostato sia a Virgilio che a Nemesiano, sottolineando per che  con quelle di questultimo che le sue opere si sono confuse e non con quelle di Virgilio, il cui stile  inconfondibile e di gran lunga migliore rispetto a quello di Siculo. Inoltre, soprattutto nella vii egloga, ci sono degli elementi che non convincono; ad esempio il poeta, nel descrivere una venatio (uno spettacolo con gli animali), parla di animali esotici di cui molti non sembra fossero noti in et neroniana.
Nella iv egloga, Siculo ci parla anche del suo mecenate, che lui chiama Melibeo, come uno dei personaggi della i bucolica di Virgilio. Costui lo avrebbe salvato dallesilio in Betica, oggetto della ferocia dei Mori. Champlin fa notare che la Betica fu effettivamente invasa dalle popolazioni africane solo in due momenti, nel 35 a.C. e poi direttamente allepoca di Marco Aurelio, il che farebbe propendere per una datazione ben pi tarda. Ecco perch propone di considerare lipotesi che Siculo, nelle sue opere, facesse riferimento ad Alessandro Severo e non a Nerone. La questione  molto complessa e lanalisi di un testo letterario  molto diversa da quella di un testo storico. Nessun dato sembra essere risolutivo, per cui Siculo resta intrappolato in una dimensione senza tempo.
Quelli che associano Siculo allet neroniana hanno voluto vedere in Melibeo personaggi quali Lucio Giunio Moderato Columella, Lucio Anneo Seneca o Gaio Calpurnio Pisone. Il collegamento con questultimo  avvenuto anche sulla base della Laus Pisonis, un poemetto scritto in onore di un membro della gens Calpurnia non ben identificato. Alcuni hanno infatti ipotizzato che il destinatario dellopera potesse essere Gaio Calpurnio Pisone, promotore della congiura del 65 d.C., e che lautore del poemetto fosse Siculo. Ma se il mecenate di Siculo fosse stato quel Pisone, che odiava tanto la famiglia imperiale da ordire una congiura, come  possibile che nelle sue egloghe il poeta avesse descritto Nerone come portatore di unet delloro? In realt lincongruenza si potrebbe spiegare evidenziando che le egloghe di Siculo sarebbero da attribuirsi alla prima fase del regno di Nerone, vale a dire dieci anni prima della famosa congiura.
Il legame con Columella non  improbabile, invece. Esiste, infatti, a villa Giulia a Palermo uniscrizione funeraria posta su un cenotafio settecentesco che comincia con T. []unio Calpurnio Panormitano. Liscrizione  associata al poeta Siculo, ma il suo nome presenta un quarto elemento collocato subito dopo il praenomen: []unio potrebbe stare per Giunio, e quindi Siculo non sarebbe da considerarsi un membro della gens Calpurnia, bens di quella Giunia, cui apparteneva anche Columella. Si potrebbe dunque trattare di un Calpurnio poi adottato da Columella che ne divenne il mecenate, ma dato che questa considerazione si basa solo su unepigrafe settecentesca, senza nessun altro dato di riferimento, non pu che rimanere unipotesi, per giunta molto aleatoria.
Un grande comandante fu invece Lucio Calpurnio Pisone il Pontefice, figlio di Lucio Calpurnio Pisone Cesonino, console nel 58 a.C., nonch cognato di Cesare. R. Syme195 ritiene che Calpurnia e suo fratello fossero in realt fratellastri, poich tra i due correvano quasi venticinque anni di differenza; quindi  possibile che Cesonino si fosse sposato due volte, una delle quali con una donna di umili origini, figlia di un tale Rutilio Nudo.
Nato intorno al 48 a.C., Lucio visse circa settantanove anni. Nel 23 a.C., con un anticipo di cinque anni, divenne questore, nel 18 pretore e nel 15 console. Nel 13 a.C. consegu il governatorato della Panfilia ma dopo qualche tempo dovette spostarsi in Tracia, dove una rivolta richiedeva il suo intervento:
Dal momento che non solo Vologeso perpetrava queste stragi, ma cerano anche i sialeti che devastavano la Macedonia, Lucio Pisone ricevette lordine di muoversi contro di loro dalla Panfilia di cui era governatore. Ma quando i bessi, dopo aver saputo che li stava raggiungendo, cominciarono a ritirarsi verso i loro confini, Pisone entr nel loro territorio e, nonostante una prima sconfitta, li vinse a sua volta e devast sia la loro regione che quella delle popolazioni confinanti che erano insorte insieme a loro. A quel punto li sottomise tutti quanti, imponendosi su alcuni con il loro consenso, terrorizzando altri riluttanti alla resa e scendendo a patti con altri ancora dopo aver combattuto alla pari; successivamente soggiog di nuovo alcuni di loro che avevano ripreso la ribellione. Per questi successi a Pisone vennero tributati supplicationes ed onori trionfali196.
Velleio Patercolo, oltre a riportare quanto gi detto da Cassio Dione, fornisce anche qualche informazione sul carattere del nostro personaggio:  la perfetta fusione di energia e di mitezza e difficilmente si potrebbe trovare chi ami di pi la vita tranquilla o faccia fronte con pi facilit ai propri doveri e maggiormente si dia cura di ci che deve fare, senza alcuna ostentazione di farlo197. Decisamente un giudizio lusinghiero rispetto agli altri Calpurni esaminati finora. Anche Tacito198 d un ottimo giudizio su questo Calpurnio, evidenziando soprattutto le capacit con le quali svolse il ruolo di prefetto dellUrbe, carica acquisita nel 14 d.C. dopo essere stato proconsole sia in Asia che in Siria. Pisone fu prefetto dellUrbe fino alla morte, vale a dire nel 32 d.C., una durata quanto mai impressionante, tanto che  stata messa in discussione e ridotta a quindici anni. Considerando che secondo le fonti Lucio sarebbe morto mentre era ancora in carica, dobbiamo supporre che assunse questo ruolo nel 18 d.C. e non nel 14, il che sarebbe pi plausibile se si considera che fu Tiberio a conferirgli la carica, dopo aver passato con lui e Pomponio Flacco due giorni e due notti a banchettare e bere vino199. O venti o quindici anni la differenza  poca, comunque si tratt di un mandato abbastanza lungo rispetto alla media, per non caratterizzato da eventi particolarmente rilevanti. Pisone non partecip neppure alla caduta di Seiano, perch Tiberio scelse il capo dei vigili, Macrone, per portare avanti il suo piano contro il prefetto. Pisone daltronde, allepoca, era quasi ottantenne, e non stupisce che sia stato tenuto fuori dal complotto.
Dei figli di Lucio non si sa molto: sono state fatte diverse ipotesi ma senza giungere a nulla di veramente chiaro. R. Syme200 fa una disamina dei vari pretendenti al ruolo e alla fine di certo emerge solo che Lucio ebbe una figlia di nome Calpurnia, che spos Lucio Nonio Asprenate, console nel 6 d.C. Alcuni gli avevano attribuito la paternit di Marco Licinio Crasso Frugi, ma secondo Syme ci  impossibile, non essendo Lucio un Frugi201.
I Calpurni possono vantare anche un erede al trono imperiale, ovvero Lucio Calpurnio Pisone Frugi Liciniano. Calpurnio adottivo, figlio naturale di Marco Licinio Crasso Frugi, console nel 27 d.C. e di sua moglie Scribonia, entrambi uccisi per volere di Nerone202, perse anche due dei fratelli: Gneo Pompeo Magno fu fatto uccidere dallimperatore Claudio, istigato dalla moglie Messalina, mentre Marco Licinio Crasso Frugi, console nel 64, fu accusato di tradimento e fatto uccidere da Nerone203. Parte della sua famiglia fu distrutta in seguito alla congiura dei Pisoni e lo stesso Liciniano fu costretto allesilio, da cui torn solo dopo la morte di Nerone. Fu scelto come erede da Galba quasi sicuramente per il suo carattere: Aveva aspetto e portamento allantica; era, a detta di buoni giudici, austero ma, secondo alcuni detrattori, piuttosto duro. Proprio questo duplice aspetto del suo carattere piaceva alladottante e dispiaceva invece a chi non ne condivideva i progetti204.
Ladozione avvenne il 10 gennaio del 69 d.C. in una giornata che normalmente sarebbe stata giudicata nefas, perch funestata da fulmini e pioggia, ma Galba volle procedere comunque senza dare credito agli auspici. La cerimonia avvenne in presenza dei pretoriani, che limperatore sperava cos di ingraziarsi; costoro, infatti, non lo amavano molto, soprattutto per la ferrea disciplina che loro aveva imposto. E lo amarono ancor meno da quel giorno, perch Galba commise limperdonabile errore di non distribuire alcun donativo per festeggiare il lieto evento. Il console Tito Vinio, intanto, proponeva quale alternativa a Pisone Marco Salvio Otone, allepoca governatore della Lusitania. Questi aveva appoggiato Galba nella sua ascesa al trono ma, venuto a conoscenza delladozione di Pisone, si trasform nel suo pi acerrimo nemico.
Peraltro Pisone non ebbe molto tempo per godersi lavanzamento di carriera. Dopo pochi giorni, fu scelto per far parte di unambasceria dellimperatore in Germania, dove era in atto una rivolta. In realt non part mai perch il 15 gennaio Otone, facendo leva sul malcontento dei pretoriani, delusi dallavarizia di Galba, si fece proclamare imperatore, approfittando del momento propizio, quello in cui, come dice Tacito, lautorit di Galba ancora traballava e quella di Pisone non si era del tutto consolidata205.
Le fonti sono chiaramente favorevoli a Pisone e lo elogiano non solo per il suo carattere, ma anche e soprattutto per la lealt e il coraggio mostrati a Galba nelle sue ultime ore di vita. Dopo quel famoso 10 gennaio, che lo aveva visto diventare erede al trono imperiale, gli eventi precipitarono e tutto si svolse con grande rapidit. Il 15 gennaio, il giorno dellascesa di Otone, fu anche lultimo della vita di Pisone. Otone convinse i pretoriani a ribellarsi, organizzando un piano per stanare limperatore e ucciderlo: uno dei suoi uomini and da Galba e gli fece credere che la ribellione di Otone era gi stata sedata; per rassicurarlo, gli disse di essere sicuro della morte del rivale in quanto era stato lui stesso a provocarla. Tranquillizzatosi, Galba si rec presso il foro nel luogo noto come Lacus Curtius, dove ebbe inizio lo scontro. Pisone era con il suo imperatore e lo difese fino alla fine, morendo nel vano tentativo di salvargli la vita206.
Donne di casa
Non pu mancare una seppur breve menzione delle donne di casa, quasi tutte note per essere state mogli di. La pi famosa  sicuramente Calpurnia, figlia di Lucio Calpurnio Pisone Cesonino, console nel 58 a.C., che spos Cesare nel 59 a.C.207, anno in cui la figlia di Cesare and in moglie a Pompeo. I due non ebbero figli e lei viene ricordata soprattutto per le vicende relative alla morte del marito, ma abbiamo anche qualche dato relativo alle fasi precedenti allomicidio.
Calpurnia visse tutta la sua vita presso la domus publica sulla Via Sacra, assegnata a Cesare in quanto pontefice massimo. Lei e il marito si videro ben poco nei quindici anni di matrimonio: Cesare trascorse gran parte del tempo fuori Roma, in Gallia per il suo lungo proconsolato, in Spagna, in Grecia, in Africa e di nuovo in Spagna per la guerra civile, e in Egitto con Cleopatra. Calpurnia dovette anche sopportare le infedelt del marito, molte delle quali di dominio pubblico: in particolare, dal 46 al 44 a.C., nella villa di Cesare presso il Tevere vissero Cleopatra e Cesarione, quasi sicuramente figlio del dittatore, per cui possiamo immaginare quanto cocente sia stata la sua umiliazione. Nonostante ci pare che non si sia mai lamentata e che, comunque, Cesare abbia continuato a vivere con lei, se si trovavano nella stessa casa il giorno prima delle idi di marzo. Nel 54 a.C. Cesare, in realt, aveva pensato di lasciare sua moglie per rinsaldare il legame con Pompeo, venuto meno con la morte precoce di sua figlia Giulia: Per conservarsi la parentela e il favore di Pompeo, gli offr in sposa Ottavia, nipote di sua sorella e fidanzata con Gaio Marcello, e gli chiese per s la mano di sua figlia, che era destinata a Fausto Silla208. Nessuno dei due matrimoni per and in porto e Cesare rimase con Calpurnia fino alla sua morte.
Si dice che la notte prima della morte del marito, Calpurnia avesse fatto un sogno premonitore. Le fonti lo riportano con leggere varianti:
La moglie del divo suo padre Giulio, nellultima notte di vita di Cesare, lo aveva visto in sogno giacere, crivellato di ferite, sul suo grembo e, profondamente atterrita da quel sogno spaventoso, non aveva smesso un momento di supplicarlo che il giorno dopo non si facesse vedere in senato; Cesare, invece, per non dar limpressione di aver fatto ci per dare retta al sogno di una donna, aveva voluto ad ogni costo tenere quelludienza in senato209.
Dopo la morte del consorte, consegn le carte di lui a quello che allepoca era il suo pi stretto collaboratore, Marco Antonio, e poi di lei non si sa pi nulla. Unepigrafe sepolcrale relativa a un tale Ikadion, figlio di Calpurnia Anthis, una liberta di Calpurnia e autrice dellepitaffio funebre, dice quanto segue: La mia fama e la mia fortuna erano buone, la mia padrona la moglie di Cesare il dio, che mi ha tenuto bene e al sicuro, e cara ai cari amici, che pure si sono presi cura di me. Anthis mi gener e pose le mie ossa nel suo sepolcro. Il mio nome  Ikadion210.
La seconda Calpurnia che vale la pena menzionare fu, pi che moglie, una concubina dellimperatore Claudio. La vediamo intervenire in un momento delicato della vita dellimperatore su richiesta di Narciso, uno dei liberti di Claudio. Limperatrice Messalina aveva appena sposato in pompa magna Gaio Silio e qualcuno doveva comunicarlo a Claudio. Narciso, per evitare le conseguenze di una simile notizia, mand le due cortigiane preferite dellimperatore a parlare con lui: Una di esse, dunque, di nome Calpurnia, appena si fu appartata con Claudio, prostrandosi ai piedi di lui esclam Messalina ha sposato Silio211. Per quel che sappiamo la donna non dovette subire alcuna spiacevole conseguenza, ma di lei non si sa nullaltro.
Lultima Calpurnia che merita un cenno  la moglie di Plinio il Giovane. Di lei sappiamo davvero molto poco; era pronipote di Lucio Calpurnio Fabato e il marito nutriva per lei un grande affetto, come si evince da alcune sue lettere:
Non mi sono lagnato mai tanto delle mie occupazioni, che non mi permisero di accompagnarti in Campania quando vi andavi per motivi di salute, o di seguirti appena andata. Infatti, specialmente adesso io desideravo di essere con te per vedere con i miei occhi ci che hai acquistato in carne e forze, e se ti avvali, senza tuo pregiudizio, dei piaceri della solitudine e della fertilit del paese. Io certo vivrei in affannoso desiderio di te anche se fossi sana; poich  un incertezza e un affanno quel non aver talvolta notizia di chi si ama svisceratamente. Ora il doppio motivo della tua assenza e della tua infermit mi agita in vari modi. Temo di tutto, tutto immagino; e come  proprio di chi teme, ci che pi mi spaventa  ci appunto che pi mi immagino. Tanto pi dunque ti prego di calmare la mia inquietudine con una o due lettere al giorno. Poich io mi tranquillizzer leggendo e torner a temere non appena avr letto. Addio212.

152 Plutarco, Numa, xxi.
153 Cicerone, De haruspicum responso, xxxii.
154 Plinio il Vecchio, Naturalis historia, xviii, 10.
155 Vedi S. Prossomariti, I personaggi pi malvagi dellantica Roma, Newton Compton, Roma, 2012, pp. 220-228.
156 Livio, Ab Urbe condita libri, xl, 37.
157 R.J. Evans, The parents of Quintus Piso, consul in 135 B.C., in Phoenix, 43 (1989), pp. 69-71.
158 Livio, Ab Urbe condita libri, xxii, 61.
159 Velleio Patercolo, Historiae romanae, ii, 106.
1601 Valerio Massimo, Facta et dicta memorabilia, ii, 7, 9. Vedi anche ii, 7, 10.
161 Sallustio, Bellum Iugurthinum, xxviii-xxix.
162 R. Syme, Piso Frugi and Crassus Frugi, in The Journal of Roman Studies, 50 (1960), pp. 12-20.
163 Plutarco, Catone Minore, xxxiii, 4.
164 Cicerone, De provinciis consularibus, iii.
165 Plutarco, Cesare, xxxvii, 1.
166 Svetonio, Caesar, x.
167 Ivi, xix.
168 Ivi, xx.
169 Cassio Dione, Storia romana, vi.
170 M.J.G. Gray-Fow, The mental breakdown of a roman senator, in Greece and Rome, Second Series, 37 (1990), pp. 179-190.
171 Valerio Massimo, Facta et dicta memorabilia, iv, 1, 15.
172 Cesare, De bello civili, iii, 8.
173 Sallustio, De coniuratione Catilinae, xvii.
174 Plutarco, Cicerone, xxiii.
175 Plinio il Vecchio, Naturalis historia, xxvii, 4.
176 Svetonio, Caesar, ix.
177 Vedi S. Prossomariti, I personaggi, cit., pp. 236-245.
178 Tacito, Annales, iii, 16.
179 Svetonio, Tiberius, lii; Gaius, ii; Vitellius, ii; Cassio Dione, Storia romana, lvii, 18, 9-10; Flavio Giuseppe, Antichit giudaiche, xviii, 54.
180 Tacito, Annales, i, 74.
181 Ivi, ii, 43.
182 Ivi, ii, 55-57.
183 Ivi, iii, 7-18.
184 Ivi, vi, 26.
185 Flavio Giuseppe, Antichit giudaiche, xviii, 169 e 235.
186 Cassio Dione, Storia romana, lix, 20.
187 Tacito, Historiae, iv, 38.
188 Ivi, iv, 48-50.
189 Vedi Svetonio, Gaius, xxv e Cassio Dione, Storia romana, lxix, 8, 7-8.
190 Tacito, Annales, xv, 59.
191 Ivi, xv, 48.
192 Per la congiura si veda ivi, xv, 48-59.
193 Alcuni credono che fosse stato chiamato Siculo per il suo stile molto simile a quello del siciliano Teocrito di Siracusa.
194 E. Champlin, The life and times of Calpurnius Siculus, in The Journal of Roman Studies, 68 (1978), pp. 95-110.
195 R. Syme, Pisone il Pontefice, in Laristocrazia augustea, bur, Milano, 1993, p. 490.
196 Cassio Dione, Storia romana, liv, 34, 6.
197 Velleio Patercolo, Historiae romanae, ii, 98.
198 Tacito, Annales, vi, 10.
199 Svetonio, Tiberius, xlii.
200 R. Syme, The sons of Piso the Pontifex, in The American Journal of Philology, 101 (1980), pp. 333-341.
201 Id., Piso Frugi and Crassus Frugi, in The Journal of Roman Studies, 50 (1960), pp. 12-20.
202 Plutarco, Galba, xxiii.
203 Tacito, Historiae, i, 48.
204 Ivi, i, 14. Vedi anche i, 15-17; Cassio Dione, Storia romana, lxiv, 5, 1; Svetonio, Otho, v.
205 Tacito, Historiae, i, 21.
206 Cassio Dione, Storia romana, lxiv, 6.
207 Svetonio, Caesar, xxi e Cassio Dione, Storia romana, xxxviii, 9.
208 Svetonio, Caesar, xxvii.
209 Valerio Massimo, Facta et dicta memorabilia, i, 7, 2. Vedi anche Svetonio, Caesar, lxxxi e Velleio Patercolo, Historiae romanae, ii, 57, 2.
210 Corpus inscriptionum Latinarum, vi, 14211.
211 Tacito, Annales, xi, 30.
212 Plinio il Giovane, Epistularum libri decem, iv, 4. Vedi anche vii, 5.
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FINE Parte 1.